In tutto il mondo crescono i movimenti e le iniziative per il superamento delle proibizioni sulla coltivazione e sull’uso di cannabis; negli Stati Uniti, con due referendum, nel novembre scorso, è stata votata la legalizzazione del possesso e della vendita. In molti Parlamenti latino americani sono in discussione leggi sul tema, e manifestazioni popolari si svolgono in quei paesi che più hanno sofferto per la “guerra alla droga”, lanciata da Nixon ormai 50 anni fa, come Colombia e Messico. Il lavoro della Global Commission, una commissione indipendente formatasi in seguito all’appello di tre ex presidenti di Stato, è riuscita a sollevare un forte dibattito pubblico e a far comprendere la necessità di sperimentare nuovi modelli di approccio.
In Europa la rete ENCOD (Coalizione europea per politiche sulle droghe giuste ed efficaci) promuove e segue fino dall’inizio degli anni 2000 la creazione dei social cannabis club, nei quali si produce la cannabis per l’uso personale dei soci; ne sono sorti a decine, in Spagna, Belgio, Slovenia, Inghilterra ecc.; in Francia, dove la coltivazione, anche di una sola pianta, come in Italia, è reato da codice penale, la creazione di centinaia di CSC ha assunto la forma di una disobbedienza civile che sta salendo alla cronaca dopo l’arresto del coordinatore nazionale, Dominique Broc. In numerosi paesi le leggi si stanno adeguando ad una visione più moderna e sensata; fra tutti l’esempio del Portogallo, che da una decina di anni ha depenalizzato il possesso di tutte le droghe ed ha visto diminuire le tossicodipendenze e i consumi problematici, ha fatto da apripista a un nuovo modo di gestire la diffusione delle sostanze psicotrope.
E in Italia?
Anche da noi, che siamo vittime, insieme a Francia e Svezia, delle leggi più severe e più miopi, si sta faticosamente sollevando l’argomento; è da poco iniziata la raccolta delle firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, promossa da un cartello di associazioni che si occupa dei problemi legati alle condizioni carcerarie; un’altra proposta, elaborata da ASCIA (Associazione per la sensibilizzazione sulla canapa autoprodotta in Italia) non è ancora stata presentata formalmente, ma ha ottenuto un buon riscontro dopo esser stata pubblicata sul blog del Movimento 5 Stelle. Il Progetto Freeweed ha costituito una rete di referenti in tutta Italia in previsione del deposito di un quesito referendario.
La Million Marijuana March quest’anno, oltre al tradizionale appuntamento di manifestazione e marcia, sabato 4 maggio, dal Piazzale dei Partigiani fino al CSA La Torre, Via Bertero, si articolerà in tre giorni, con un incontro di apertura alla Camera dei Deputati, giovedì 2 maggio alle 11, e un confronto pomeridiano, venerdì alle 18, presso il CSA La Torre.
Mercoledì 10 aprile, infine, una delegazione di radicali, guidata dal segretario di RI, Mario Staderini, ha depositato 6 quesiti referendari, dei quali uno riguardante la legislazione sulle droghe, per la depenalizzazione dei fatti di lieve entità, e una proposta di legge di iniziativa popolare, per la legalizzazione di coltivazione e commercio di cannabis, già depositata anche in Parlamento nella scorsa legislatura.
Nei giorni scorsi è uscito un rapporto dell’Europol
(European Police Office), dal titolo “La valutazione europea della grave
minaccia della criminalità organizzata (SOCTA)”,prodotto di un’analisi
sistematica delle informazioni relative all'applicazione della legge sulle
attività criminali e gruppi che interessano l'Europa. Il SOCTA è progettato per
aiutare i responsabili delle decisioni strategiche nella definizione delle
priorità e delle minacce della criminalità organizzata.
E 'stato prodotto dal Dipartimento Operativo di Europol,
avvalendosi dei contributi emersi dal lavoro dell'organizzazione stessa, dall’
analisi su forme gravi di criminalità organizzata e da partner esterni.
Il sito di Aduc ne riporta una sintesi: “Il traffico
internazionale di stupefacenti rimane la piu' grande attivita' della malavita
in Europa, dove operano circa 3.600 organizzazioni criminali, con quelle
specializzate in contrabbando di stupefacenti che importano fino a 124
tonnellate di cocaina ogni anno. La cannabis resta lo stupefacente preferito,
con 23 milioni di consumatori in tutto il Continente per un mercato che vale
1.300 tonnellate di hashish e 1.200 tonnellate di erba ogni anno. La cocaina
resta al secondo posto con 4 milioni di consumatori che consumano 124
tonnellate, annualmente. Il rapporto di 46 pagine, che l'Europol definisce il
più dettagliato studio mai effettuato sul crimine organizzato, evidenzia anche
l'arrivo di una nuova ondata di bande, alimentate dalla crisi finanziaria e
dagli illeciti che è possibile commettere online. ''Questi gruppi non sono più definibili
per la loro nazionalità o attività, ma per la loro abilità di operare su base
internazionale, con l'unico obiettivo di massimizzare i profitti e minimizzare
i rischi'', ha detto il capo dell'Europol, Rob Wainwright. ''Sono l'incarnazione
della nostra nuova società globalizzata''. Il rapporto dell'Europol verrà inviato
ai 27 paesi membri della Ue, affinché possano stabilire le strategie di
contrasto alla criminalità organizzata per i prossimi quattro anni”.
E, più nel dettaglio, ecco quali sono i risultati di 50
anni di soggezione alle strategie ONU ed Stati Uniti, che a lungo hanno
ostacolato sperimentazioni locali o nazionali di strategie diverse; solo negli
ultimi anni si sono tentati esperimenti di depenalizzazione, in Portogallo, ad
esempio, e in altri paesi:
“Droghe, l'area più dinamica della criminalità; il mercato
della droga è altamente competitivo, le rotte del traffico sono in continua
diversificazione”, quindi un mercato molto attivo.
“Il politraffico di droga è ormai una modalità comune di
azione e la criminalità organizzata in questo settore è altamente innovativa”,
innovativa sia nel senso degli espedienti usati per il traffico clandestino,
sia per la capacità di produrre nuovi prodotti di sintesi.
“Circa un terzo di tutti i gruppi della criminalità
organizzata nell'Unione europea sono impegnati nella produzione e distribuzione
di droghe illecite. I mercati della droga dell’unione europea continuano ad
essere altamente competitivi e molto redditizio per la criminalità organizzata.
Il politraffico di droga non è più solo una tendenza, ma un approccio comune
scelto dalla criminalità organizzata operante in Europa”, si riconosce dunque
l’alto livello di organizzazione e centralizzazione del mercato della droga.
“La violenza, questioni di salute pubblica, un elevato
numero di morti e di sentimenti di insicurezza sono tutti legati al traffico di
sostanze stupefacenti. Le campagne di prevenzione e di riduzione del danno
costano milioni di euro. I gruppi criminali continuano a lavorare per
minimizzare i costi durante il processo di produzione di droga, il che comporta
gravi rischi per i tossicodipendenti. Sintetici e nuove sostanze psicoattive
sono prodotti in processi complessi privi di meccanismi di controllo; prodotti
di bassa qualità sono utilizzati come precursori per i sintetici o agenti di
taglio per l'eroina, pesticidi e insetticidi sono ampiamente utilizzati per
massimizzare le rese del raccolto di cannabis”.
“Eroina: Il valore del mercato europeo degli oppiacei è
stato stimato a circa 12,4 miliardi di euro; Il Regno Unito, Italia, Francia e
Germania rappresentano più della metà del mercato europeo. Nonostante un
leggero calo dei consumi, il traffico di eroina resta una minaccia ed è in
corso una ulteriore diversificazione delle rotte di traffico di eroina; l’anidride
acetica, una componente fondamentale del processo di produzione di eroina, è in
gran parte fabbricato nell'UE.
Gruppi di criminalità organizzata di origine albanese,
pakistana e turca dominano il traffico di eroina, e c’è una crescente
collaborazione tra gruppi criminali, nel mercato dell’eroina, aldilà delle divisioni linguistiche ed etniche”, una
ulteriore conferma della centralizzazione del mercato di sostanze illegali.
“L’uso di eroina globale sembra essere su un declino
moderato, mentre il mercato dell'eroina rimane relativamente stabile. Sequestri
di rilievo negli ultimi dieci anni hanno confermato l'Europa come un importante
fonte di precursori (anidride acetica). Le informazioni disponibili
suggeriscono il coinvolgimento di un numero limitato di gruppi criminali, ma
questi gruppi sembrano essere molto ben organizzati ed efficienti. Un aumento
del consumo di eroina in alcune regioni dell'Africa può portare ad una
ulteriore diversificazione dei percorsi, nonché un ruolo maggiore e mutevole
per i gruppi africani nel traffico di eroina verso l'Europa. I mercati di
eroina della Russia e dell'Ucraina sono ormai i più grandi mercati europei e la
loro espansione determina alcune rotte verso l’Europa”, o le rotte determinano
i mercati.
“L’eroina è già contrabbandata attraverso le repubbliche
dell'Asia centrale e della Federazione russa, soprattutto in Lettonia e
Lituania, ma anche in altri paesi europei. Mentre la domanda di eroina in Europa
sta mostrando un moderato calo, la ripresa della produzione afgana di eroina,
una ulteriore diversificazione delle rotte e il flusso potenziale di precursori
di eroina da parte dell'Unione europea in Afghanistan indica che il traffico di
eroina rimarrà una minaccia”
“Cocaina, resta una
delle droghe più popolari, di massa.L'ingresso
principale e i punti di distribuzione per la cocaina trafficata dal Centro e
Sud America sono i principali porti nell'Europa nord-occidentale, la penisola
iberica e il Mar Nero; I gruppi
colombiani non hanno più il monopolio del traffico di cocaina, cartelli
messicani stanno emergendo come trafficanti ai mercati europei. Un numero crescente di gruppi criminali utilizzano
per il traffico sofisticati metodi di occultamento e le tecniche più efficaci
di incorporazione di cocaina in altri materiali. Con 4 milioni di consumatori
che consumano 124 tonnellate di cocaina all'anno, la cocaina è la seconda droga
più comunemente usata in Europa dopo la cannabis e l'Europa rimane uno dei più
grandi mercati di cocaina nei mondo. I dati recenti mostrano segni di
stabilizzazione globale del livello del consumo di cocaina, con un leggero calo
in alcuni Stati membri. I gruppi della criminalità organizzata europea svolgono
un ruolo sempre più importante per l'importazione di cocaina su larga scala e
alcuni di questi ora agiscono come mediatori importanti, lavorando direttamente
con i fornitori. Preoccupazioni sono state sollevate perché le spedizioni di
cocaina rimangono nascoste a causa della loro incorporazione in altri
materiali. Laboratori di estrazione secondari sono stati identificati in
Spagna, Paesi Bassi, Polonia, Grecia e Moldavia”.
“La varietà di percorsi e dei metodi di trasporto e
l'emergenza dei metodi di occultamento utilizzati presentano sfide significative
per le forze dell'ordine. I gruppi colombiani non hanno più il monopolio del
mercato della cocaina, e aumentano le opportunità per i gruppi criminali
provenienti da altri paesi di indirizzarsi nel mercato europeo e per i gruppi europei
di introdursi nelle linee di distribuzione più lontano di quanto avrebbero mai
pensato. L'emergere di gruppi provenienti dal Messico e dalla Nigeria può
comportare una certa instabilità nel mercato della droga come, ad esempio, gruppi concorrenti che si contendono il
predominio”.
“Canapa; la domanda, molto alta,sostiene una varietà di fornitori e di rotte,
la resina di cannabis è sempre più importata dall'Afghanistan attraverso la
rotta dei Balcani, la violenza tra gruppi coinvolti nel traffico di cannabis è
in aumento”.
“La cannabis è la droga più diffusa in Europa. Si stima che
circa 1300 tonnellate di resina di cannabis e 1200 tonnellate di foglie di
cannabis vengano consumati ogni anno in Europa da circa 23 milioni di
consumatori di cannabis. La quota di mercato della cannabis continua ad
aumentare in tutta l'UE, e la cannabis coltivata a livello nazionale
sostituisce in parte resina importata. Si rileva la coltivazione indoor per la
maggior parte della cannabis prodotto nell'UE. Il Marocco rimane il più
importante produttore ed esportatore di resina di cannabis per l'UE e di
conseguenza la Spagna è ancora una voce importante e centro di distribuzione
per l'UE. Tuttavia, il significato del Marocco per il mercato della cannabis
europea è in calo, mentre la fornitura dall'Afghanistan è in aumento. La
criminalità organizzata è sempre più coinvolta nella produzione e distribuzione
di cannabis. Le reti di distribuzione si stanno spostando e cambiano da traffico
di cocaina e di eroina alla cannabis, a causa degli scarsi rischi e dei
profitti elevati. I Paesi Bassi sono destinato a rimanere il paese più
importante fonte di semi e talee, e di tecnologie e conoscenze in crescita.
L'aumento della domanda e la produzione nelle altre regioni e all'esterno
dell'UE può portare ad una maggiore concorrenza tra gruppi criminali,
cambiamenti nelle rotte del traffico e più politraffico. Il mercato della cannabis
rimane grande e complesso senza diminuzione prevista della domanda. La
criminalità organizzata continuerà a svolgere un ruolo chiave per la
coltivazione e il traffico illegale di prodotti vari di cannabis”.
“Droghe sintetiche e nuove sostanze psicoattive: 70 nuove
sostanze psicoattive sono emerse negli ultimi anni, sempre più in vendita
online; i gruppi criminali ora utilizzano laboratori di conversione di
convertire le sostanze chimiche legali in precursori utilizzabili; la
criminalità organizzata nei Paesi Bassi e in Belgio rimane la principale
produttrice e distributrice di droghe sintetiche. I gruppi criminali europei
producono droghe sintetiche a buon mercato in Africa e in Asia e distribuiscono
i loro prodotti ai mercati in Europa, l'UE è regione di transito e destinazione
per la metanfetamina prodotta in Africa, Asia e America Latina”.
“Gruppi criminali nei Paesi Bassi e in Belgio rimangono i
principali produttori e distributori di droghe sintetiche. Altri paesi come la
Germania, l'Estonia, la Bulgaria, la Lituania, la Polonia e paesi nordici
(Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia) sono compresi tra piccola e
media scala di produzione di materiali sintetici. La maggior parte dei prodotti
nell'UE sono destinati ai mercati europei. Droghe per il mercato UE si
producono anche in Africa occidentale e nella Federazione russa, e gruppi
olandesi, belghi, inglesi, lituani e polacchi lavorano insieme per dominare il
flusso di droghe sintetiche nell'UE, dalla fonte, i precursori, alla distribuzione
del prodotto finale. Gruppi con sede al di fuori dell'UE, compresi i gruppi di
lingua russa e albanese, stanno sempre più cercando di entrare nel mercato
delle droghe sintetiche in Stati membri diversi. La Cina rimane la principale
fonte di precursori e pre-precursori. Tuttavia, anche l'India e la Thailandia
sono fonti per le sostanze utilizzate nel processo di conversione, in misura
minore. Nel 2012, il sistema di allarme rapido dell'UE ha segnalato la comparsa
di più di 70 nuove sostanze psicoattive, che attualmente rappresentano una
quota relativamente piccola del mercato delle droghe illegali, ma prezzi più bassi,
maggiore disponibilità e qualità sono suscettibili di attirare più utenti”.
“Le differenze nella legislazione e l’insistenza sul rigore
hanno deviato le rotte di approvvigionamento di pre-precursori e nuove sostanze
sintetiche. Maggior controllo e una legislazione rigorosapotrebbe spingere la deviazione dei percorsi
di distribuzione e la delocalizzazione dei siti di produzione di droghe
sintetiche”, da notare come ci sia consapevolezza che “maggior controllo e
legislazione rigorosa” servano più che altro a spostare le rotte, il che genera
invasione di altri territori e apertura di nuovi mercati, perché i paesi di
transito divengono paesi consumatori.
“L’Africa Occidentale, settentrionale e orientale è destinata
a diventare sempre più luogo interessante per i produttori di materiali
sintetici a causa di collegamenti migliori con i mercati redditizi in Europa,
nuove opportunità del mercato locale del lavoro e poco costoso. L'aumento della
concorrenza criminale di area russa e tra i diversi fornitori di droghe
sintetiche possono provocare violenti conflitti tra gruppi. Il coinvolgimento
della criminalità organizzata nella produzione delle nuove sostanze psicoattive
è ancora limitata, tuttavia, i rischi bassi e gli alti profitti attireranno la
criminalità organizzata a questo mercato in via di sviluppo e in rapida
espansione”
E, a fronte delle evidenze che risultano da ogni rapporto
presentato al pubblico, ecco le dichiarazioni di Roberto Alfonso, procuratore
capo di Bologna e numero uno della direzione distrettuale antimafia
dell'Emilia-Romagna; “ieri intervistato davanti a 300 ragazzi delle scuole
superiori nell'incontro organizzato dall'Arma in occasione della giornata di
ricordo per le vittime delle mafie, ha chiesto un aiuto di tutti per ridurre gli
'affari' della criminalità organizzata e non. "Anche il consumatore ha una
grande responsabilità e per consumatore intendo il cittadino che, anche se non
commette reati, si rivolge alle organizzazioni piccole o grandi per soddisfare
il proprio bisogno di illegalità". Sia che si tratti della "partita
alla macchinetta del gioco d'azzardo, spesso truccata, che serve solo per
fregarti i soldi", sia che si 'comprino' droga o sesso a pagamento.
"Se noi riduciamo il numero dei consumatori, sicuramente attueremo una
condotta di contrasto alla criminalità organizzata. Immaginate se non ci
fossero più consumatori, cosa accadrebbe alle organizzazioni che hanno
centinaia di macchinette in tutta Italia?", fa notare Alfonso, invitando
gli studenti a "porsi il problema del consumatore". Ad
"amplificare le attività criminose non sono soltanto le condotte illecite
dei mafiosi o dei delinquenti- afferma Alfonso- ma vi è anche il concorso del
consumatore, che è il cittadino che consuma la droga e con il suo comportamento
aiuta le organizzazioni criminali dedite al traffico degli stupefacenti a
sopravvivere. C'è il consumatore della prostituzione, che aiuta le
organizzazioni che sfruttano la prostituzione e la tratta delle donne, e c'è chi
gioca d'azzardo e con questo suo comportamento aiuta le organizzazioni che lo
gestiscono, spesso di stampo mafioso".
Ora se è vero che il consumatore contribuisce a sostenere
la criminalità organizzata, è vero solo se inserito in un’ottica di strategie
proibizioniste; il consumatore è indirizzato a sostenere e finanziare da un
sistema legislativo che ha arricchito e sostenuto negli ultimi 50 anni tutti i gruppi
criminali del mondo intero; se ne ha un esempio nel dettaglio nella legge
italiana, dove il possesso e la detenzione della stessa cima di canapa risulta
reato amministrativo, se comprata in piazza dalla manovalanza dei gruppi
criminali, reato penale se coltivata; in Italia, per coltivazione di canapa,
un’attività tradizionale italiana, si rischia di essere o incarcerati o
sbattuti nelle comunità di recupero, che a volte sono benemerite, altre volte
sono luoghi inquietanti dove l’assenza di controlli favorisce fenomeni di
abuso, maltrattamento, sfruttamento, come la più famosa italiana, la San
Patrignano di Vincenzo Muccioli; “la vigna del signore”, così veniva definita, e
dove negli ’80, a fronte di una emergenza che nessuno era in grado di gestire,
furono consegnati migliaia di giovani ad un sistema prevaricatore e violento di
rieducazione forzata fuori da ogni regola civile.
La battaglia per la legalizzazione del consumo e della
coltivazione di cannabis sta aumentando di forza e di intensità in tutto il
mondo. Che si limiti a rivendicare la libertà dei propri consumi per gli amanti
della cannabis, o che sia intesa come primo graduale passo per una
regolamentazione di tutte le sostanze stupefacenti, che derivi
dall'affermazione del diritto a non essere perseguito per un comportamento
privato e personale, o che nasca dalla volontà di troncare una delle maggiori
fonti di guadagno delle criminalità organizzate, quello che sta montando dall'
Uruguay alla Spagna, tanto per citare solo due paesi, è un movimento vasto e
ragionato che prende piede sia tra le forze politiche che tra le popolazioni.
In questo panorama, il caso francese è diventato di
attualità a seguito dell'arresto, nel febbraio scorso, di Dominique Broc,
coordinatore nazionale dei cannabis social club francesi, rilasciato dopo poche
ore e in attesa di comparire davantial
Tribunale di Tours per rispondere di detenzione di sostanze illecite e rifiuto
di eseguire test.
I cannabis social club francesi iniziano a nascere nel
giugno 2012, sull'esempio di quelli spagnoli e di tutta una rete, l'ENCOD,
European Coalition for Just and Effective Drug Policies, che opera da circa un
decennio per una riforma delle leggi sulle droghe; a differenza della Spagna,
dove è permessa con alcune limitazioni, e come in Italia, la coltivazione di
canapa in Francia è vietata; questo ha richiesto un adattamento del codice di
regolamentazione ENCOD. La coltivazione per uso personale dei soci dei club
francesi si configura come una vera e propria disobbedienza civile.
Dal giugno 2012 ad oggi, i CSC francesi sono diventati
centinaia, e i soci migliaia; tutto è andato avanti senza scosse fino al
momento in cui il quotidiano fondato, tra gli altri, da Jean-Paul Sartre,
Libération, pubblica un ampio e dettagliato reportage sull’iniziativa di Broc e
compagni, accompagnato da una lunga intervista al leader dei CSC francesi in
cui si annuncia il deposito, di lì a qualche giorno, dei loro statuti nelle
prefetture. Subito dopo, la polizia è entrata in casa di Dominique Broc
sequestrando le piante, le attrezzature, i computer e altro materiale.
Segno che lechangement tanto decantato dal
presidente François Hollande durante la campagna presidenziale, c’est pas maintenant, almeno su
questo fronte, e che forse occorrerà aspettare un cambio di guardia à la Place
Beauvau, o una presa di posizione coraggiosa del ministro della Giustizia,
Christiane Taubira. Fatto sta che, nonostante la sinistra sia tornata al potere
dopo quindici anni, alla guida del ministero degli Interni resta
un’impostazione fortemente conservatrice; in materia di droghe e non solo,
l’atteggiamento di Claude Guéant, ultimo ministro degli Interni di Sarkozy, non
è poi così distante da quello del “socialista” Manuel Valls.
Intanto, in attesa dell'udienza, prevista per l'8 aprile, i
CSC francesi hanno annunciato il deposito in massa dei loro statuti, e messo in
atto una iniziativa di coming out. Riempiendo un format predisposto, centinaia,
al momento attuale,di persone,
esponendosi con nome, cognome e foto, stanno dichiarando il loro consumo e la
loro intenzione di uscire dalla clandestinità, affinchè la società si evolva.
Medici, avvocati, professionisti, impiegati, si stanno unendo a questa
dichiarazione. I media internazionali si stanno interessando della cosa, e
saranno presenti, molto numerosi, davanti al Tribunale di Tours l'8 aprile.
E dall'Italia? Intanto, ecco il sostegno dell' Associazione
radicale Antiproibizionisti:
Sabrina Gasparrini, Presidente
Claudia Sterzi, Segretaria
dell' @.r.a.
Stasera, venerdì 4 gennaio 2013, alle 22.30. su www.liberi.tv, inizia il nuovo anno di Leggera Euforia, il programma più antiproibizionista che ci sia; notizie dal mondo antiproibizionista, aggiornamenti dalla war on drugs, chat in diretta, politica e fantasia :)
Traccia della trasmissione andata in onda su Radio
Radicale il 11/12/2012
Come dicevamo altre volte, e come
abbiamo visto in molte parti del mando, dalla mezzaluna d’oro asiatica ai
territori andini, emerge anche nel continente africano l’identificazione di quelli che gli stati
uniti chiamano “king pin”, cioè i cosiddetti signori della droga, con gruppi
terroristici e rivoltosi, fra narcotrafficanti e contrabbandieri di armi.
Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento sospetto di Al Qaidi nel
Maghreb Islamico (AQIM) e del gruppo islamico terrorista della Nigeria, Boko
Haram, che potrebbero essere coinvolti nel traffico per finanziare le loro
attività, secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla US Drug
Enforcement Administration.
Un articolo uscito il 14
novembre, su Meridiani, ci informa della crescente collaborazione fra i vari
gruppi terroristici che operano in Africa: “La fitta rete del terrore che
innerva l’Africa occidentale mette in connessione i militanti di Boko Haram con
i più attivi e minacciosi gruppi fondamentalisti del Sahel e del Centrafrica.
Una rete fatta di scambi di conoscenze pratiche, di combattenti addestrati e di
un’indefessa opera di intelligence e di condivisione di principi ideologici. Il
rischio di una collaborazione più stretta tra Boko Haram (movimento nigeriano),
Aqmi (al Qaeda nel Maghreb Islamico), Mujao (Movimento per l’unicità del jihad
nell’Africa occidentale), Ansar Eddine (movimento tuareg salafita) e gli
Shabaab della Somalia e’ paventato da anni, fin da quando le prime voci
sull’addestramento di combattenti nigeriani nei campi maliani, somali e
yemeniti iniziavano a circolare fra le autorità. L’accresciuta collaborazione
tra gli Stati della regione saheliana nelle operazioni anti-terrorismo ha
spinto le organizzazioni fondamentaliste verso un maggiore coordinamento, in
modo da sopperire anche all’indebolimento dell’azione coesiva di al Qaeda.
L’unione degli sforzi fra i vari movimenti fondamentalisti non tende però alla
creazione di un’organizzazione transnazionale, quanto piuttosto al
rafforzamento cooperativo dei vari attori locali, riuniti in un vero e proprio
network dall’imprevedibile potenza d’impatto”.
Vediamo dunque il coinvolgimento
di questi gruppi con il narcotraffico, e iniziamo dal Mujao (Movimento per
l’unicità del jihad nell’Africa occidentale), descritto così da un reporter
francese sul sito Temps reel: “Grande reporter,Jean-Paul Mari rientra da Bamako, dove è andato per un reportage per
conto del “Nouvel Observateur", al fine di tentare di svelare la realtà
del nord del Mali. Quattro organizzazioni controllano il nord del Mali: la più
conosciuta e la più minacciosa è AQMI, Al Qaeda nel Magreb Islamico, con il
MUJAO, la sua escrescenza mafiosa, specializzata in narcotraffico”.
Sul Globalist L’argomento viene
approfondito:“A un anno dai rapimenti
dei cooperanti europei, Il Fronte polisario non riesce a capacitarsi, un anno
dopo l'operazione di Tindouf, che il Mujao (Movimento per l'unicità e il jihad
nell'Africa occidentale) sia potuto penetrare nei campi profughi l'operazione
del sequestro di tre cooperanti a Tindouf non avrebbe potuto realizzarsi senza
una complicità all'interno degli accampamenti. Perché i terroristi sono venuti
dal Mali, hanno attraversato la frontiera mauritana per entrare in Algeria e
raggiungere di notte i campi di Rabbouni. Le autorità sahrawi non negano che ci
sia stata una collaborazione con elementi all'interno dei campi. «I
narcotrafficanti che si trovano nella zona sono stati utilizzati dai gruppi
terroristi al di fuori dei campi per facilitare la penetrazione nei luoghi dove
sono stati rapiti gli europei», afferma un alto responsabile della sicurezza
del Fronte polisario. «I narcotrafficanti, con la complicità delle guardie
militari marocchine, approfittano di passaggi che permettono loro di far uscire
la droga con veicoli e di consegnarla ad altri gruppi che arrivano dalla
Mauritania e la trasportano verso il Mali», spiega Abdelhay Emmay. il
comandante della prima legione della seconda regione militare dei territori
liberati del Sahara occidentale. Si tratta di centinaia di brecce aperte
momentaneamente e poi richiuse lungo i 2.400 chilometri di muro. Create
inizialmente per il traffico di sigarette, poi di droga, poi per l'immigrazione
clandestina di africani verso l'Europa, sono utilizzate ora anche per far passare
i terroristi”.
Su Le Matin si trova poi un altro
approfondimento dal titolo “Sahel, quando la sharia benedisce i
narcotrafficanti”. “La connessione tra i gruppi terroristi armati che occupano
il nord del Mali e la rete del contrabbando e dei narcotrafficanti è così
stretta che sarebbe ingenuo prendere per oro colato la recente dichiarazione
del capo terrorista di Ansar Eddine, Iyad Ag Ghali, che ha detto di voler
interrompere il contrabbando di droga e di sigarette sul terriotrio di Azawad,
che occupa da sei mesi insieme ad Al Qaeda nel Magreb Islamico e al MUJAO.
Secondo le informazioni pubblicate questo sabato da diversi siti africani, il
capo di Ansar Eddine (mentre due delegazioni stanno seguendo, a Algeri e a
Ouagadougou, negoziazioni per l’uscita dalla crisi nel nord del Mali) ha
dichiarato a margine della chiusura delle esercitazioni militari organizzate a
Kidal, che “il contrabbando è interdetto nell’Azawad”, sottolineando come
“tutti i contrabbandieri dispongano di un termine di tre settimane per cessare
la loro attività.” Intanto, a Algeri e a Ouagadougou, le sue delegazionipersistono e firmano. Per Ansar Eddine non si
pone la questione se combattere AQMI, “dei musulmani come noi”, ha affermato il
capo della delegazione che ha reiterato la sua vicinanza ideologica e militare
all’organizzazione di Abdelmalek Droukdel et Mokhtar Belmokhtar , che sono a
capo di un importanterete di
narcotrafficanti, rete fondata sul mercato delle sigarette americane Marlboro. Iyad
Ag Ghali stesso deve la sua ascesa “politica” alle potenti organizzazioni di
narcotrafficanti . che gli hanno permesso di trovarsi in possesso di una immensa
fortuna, con la complicità di Algeri e Bamako. La dichiarazione, intervenuta
nel corso del dialogo che il suo gruppo porta avanti a Algerie a Ouagadougou serve a “moralizzare” in
superficie la sharia e ad offrire alle autorità algerine e mauritane un aspetto
presentabile, destinato ad una operazione di facciata che non regge davanti
alla natura dell’ islamo-gangsterismo di Ansar Eddine. In realtà, dopo la sua
occupazione di Timbuctu, dove si continua ad applicare la sharia, non si è
fatto altro che attaccare una popolazione senza difese. Sono stati distrutti un
certo numero di piccoli commercianti di alcol, proibito il consumo del tabacco
in nome della sharia ma non si sono colpiti i grandi trafficanti di droga e di
sigarette che sono controllati per conto degli “emiri” algerini di AQMI”.
Dai legami tra narcotrafficanti e
terroristi passiamo ora a quelli tra narcotrafficanti e vertici politici; su
mali Actualité si descrivono i rapporti fra il Presidente del Mali, deposto nel
marzo 2012, Amadou Toumani Touré, e le organizzazioni criminali che gesticono
il traffico di cocaina. “Generali dell’esercito del Mali, uomini politici, eletti
locali, sono tutti coinvolti in un traffico di droga. Un rapporto
ultraconfidenziale dei servizi segreti americani ha da poco rivelato che nove
generali del Mali sono stati implicati nel traffico di cocaina nel Sahara. Il
barone in capo di questa rete altri non sarebbe che l’ex presidente della
repubblica Amadou Toumani Touré. Il coinvolgimento di sua moglie nell’affare
“Air Cocaine”, è la prova perfetta dell’esistenza della criminalità organizzata
ai vertici del potere. Ma c’è di peggio. Fra il gennaio 2006 e il maggio 2008
sono stati sequestrati 284 chili di cocaina in Europa, all’arrivo di voli
provenienti dal Mali, il che situa il paese al quarto posto dell’ Africa
dell’ovest. A livello di numero di trafficanti arrestati all’arrivo in Europa,
l’aeroporto di Bamako fornisce il secondo contingente dell’Africa occidentale,
soprpassato soltanto da quello di Conakry, un piazzamento molto sproporzionato
in rapporto all’importanza del traffico aereo tra Mali e Europa. Il rapporto
del GRIP (Gruppo di informazione e ricerca sulla pace e sulla sicurezza) non
lascia dubbi: il Mali, fuori dalle rotte principali e senza interesse particolare
per i passeggeri è divenuto, così come
la Mauritania e il Niger, paese di massiccio transito; i sequestri negli
aereoporti europei non sono che la cima di un iceberg di cocaina che va a giro
tranquillamente lungo il deserto sahariano. In pieno Sahara, a Tinzaouatine, vicino
alla frontiera algerina, 750 chili di cocaina sono stati abbandonati dai
contrabbandieri che sono fuggiti attraverso la frontiera algerina; e che dire
di “Air Cocaine”, e dei suoi andirivieni quotidiani che non sono di centinaia
di chili ma tonnellate. In almeno due casi, alcuni notabili di Gao e di Tarkint
erano presenti agli atterraggi, e a Kayes era l’esercito che presidiava una
pista improvvisata per ricevere quattro tonnellate di cocaina. Nelle varie ramificazioni
delle inchieste si trovano implicati cittadini marocchini, francesi, spagnoli,
del mali e altro. Le autostrade sahariane della cocaina sono già un classico e
sottolineano perfettamente i legami esistenti fra i narcotrafficanti
latinoamericani, i belligeranti (Polisario, Tuareg, ecc.), gli islamisti di
AQMI e i loro adepti, e infine le forze armate e gli attori politici ed
economici della regione. Questi ultimi e le forze armate hanno sempre agito
nella quasi totale impunità: Georges Berghezan di GRIP sottolinea, in una
intervista al quotidiano Libre Belgique che ci sono stai, all’inizio del 2010,
numerosissimi atterraggi di trasporti di droga a Kidal, Gao, Timbuctù. Durante
l’incidente di Tarkint, secondo l’ambasciata degli Stati Uniti, i servizi segreti
del Mali avevano circondato la zona e ai servizi antidroga non è stato permesso
l’accesso. Di una dozzina di persone arrestate, la maggior parte sono state già
liberate. Le molteplici joint venture fra criminalità organizzata, banditi
carovanieri, islamisti trafficanti di esseri umani, uomini di affari, militari,
politici, liberatori e altri rivoluzionari, mirano essenzialmente al controllo
del traffico di droga. Dietro le rivoluzioni, i colpi di Stato, le liberazioni
dei territori, e altre azioni armate, c’è il disegno in filigrana di diverbi,
litigi, divisioni, contestazioni e controllo delle vie di un traffico che
genera annualmente numerosi miliardi di dollari. La presenza militare USA e
francese, decentrata e più che altro costiera, pare perfettamente inefficace,
malgrado gli sforzi di un dirigente locale delle forze speciali, Christian
Rouyer e di tutta la tecnologia americana. Tanto più che i “barbuti” e gli
uomini di affari di questi due paesi giocano spesso su più tavoli e non
disdegnano la manna che viene dal cielo latinoamericano”.
Per concludere, leggiamo alcune
notizie sul coinvolgimento delle banche africane nel riciclaggio dei proventi
di questo vasto traffico. Le banche che operano in Ghana sono stati invitate a
intensificare i loro sforzi nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il
finanziamento del terrorismo, per scongiurare che il paese sia messo di nuovo
nella “black kist”. Parlando alla apertura della filiale Westland della
Standard Chartered Bank in Accra, Nicholas Okoe Sai, Advisor della Banca del
Ghana (BOG) ha detto che la Banca centrale e altre istituzioni competenti
garantiscono che sono state adeguate le normative e sono state prese misure per
scongiurare il reinserimento nella “black list”. Le azioni intraprese includono
la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità
organizzata transnazionale e l’ emanazione dei regolamenti anti-terrorismo del
2012. "Non dobbiamo rinnegare le nostre responsabilità, ciò di cui la
Banca del Ghana ha bisogno è chetutte
le banche e gli intermediari finanziari forniscano un'efficace cooperazione e
collaborazione", ha detto Sai. Lo scorso febbraio il Ghana era stato messo
sulla lista dei paesi che non hanno norme internazionali per prevenire il
riciclaggio di denaro. Tuttavia, il Gruppo di azione finanziaria aveva
cancellato il Ghana dalla lista nera, citando con soddisfazione le misure
adottate dal Centro di informazione finanziaria del paese, dopo il lancio di
orientamenti in materia di antiriciclaggio per i vari bracci del settore
finanziario delle banche, delle assicurazioni e del mercato dei capitali . Sai
ha detto che la rimozione del Ghana dalla lista nera è stata molto
incorraggiante e ha esortato le banche a mettere in atto misure per fermare le
transazioni illegali. Parlando della ricapitalizzazione delle banche, ha detto che
dal 2008 la maggior parte delle banche hanno aumentato il loro capitale al
livello minimo richiesto di GH ¢ 60 milioni, tutte, tranne cinque. "Delle
cinque banche rimanenti, quattro hanno presentato piani di capitalizzazione credibili".
Traccia della trasmissione andata in onda su Radio
Radicale il 12/11/2012
Abbiamo visto come le rotte del
narcotraffico portino dai campi di oppio del sud dell’ Afghanistan alle coste
di Makran (sul Mar arabico poco ad est del golfo di Oman),attraverso il Pakistan; i trafficanti
trasportano eroina per un valore di circa 20 miliardi l’anno, secondo le stime
ONU. Abbiamo visto le rotte che dall’America latina portano cocaina e altro, per
via navale ed aerea, in Africa occidentale; un approfondimento, su come l’Africa
centrale sia diventata un centro di smistamento, di trattative, un punto nodale
del narcotraffico, lo si trova in un articolo pubblicato il 26 ottobre sul
Seattle Times: “L'arresto di un nigeriano per presunto contrabbando di eroina mette
in evidenza ciò che i funzionari definiscono come il problema crescente del traffico
di droga in Africa centrale. La notizia giunge da Douala, una cittadina
marittima e centro economico del Camerun: l’arrestato. 28 anni, è apparso in
tribunale a Douala, per rispondere alle accuse di traffico internazionale di
droga. Fermato dalla polizia al Douala
International Airport poco dopo l'arrivo su un volo Kenya Airways, è stato
formalmente accusato di possesso di 7 kg (15 libbre) di eroina e rischia fino a
10 anni di reclusione. Parlando a The Associated Press dalla sua cella ha negato le accuse, ha insistito che è un
ricco uomo d'affarinigeriano e che ha
volato a Bujumbura, Burundi, via Nairobi, Kenya, il 18 ottobre per visitare un
amico. "Non so che ha messo la droga nella mia borsa. Non so se è nella
mia camera d'albergo in Bujumbura che mi hanno fatto questo. Nella mia vita,
non ho mai usato droga. Non so niente di droga. Sono tornato in Camerun per
vedere uno dei miei amici, tutto qui, e ora mi trovo in tutto questo casino. E
'una trappola ", ha sostenuto. Nonostante le sue smentite, è solo uno di
un numero crescente di sospetti trafficanti di droga, secondo il pubblico
ministero e i servizi doganali e di polizia. L'arresto è l'ultimo di una serie in
costante aumento negli ultimi mesi che mostrano come il Camerun e l'Africa
centrale stiano rapidamente diventando una zona di transito e di mercato per i
cartelli della droga del Sud America, secondo il comandante della polizia di
frontiera, Biloa. C'è stato un drammatico aumento dei sequestri di cocaina ed
eroina, pari a centinaia di chili, secondo i dati della polizia di frontiera e i
servizi doganali nei porti aerei e marittimi nella regione. Si tratta di un
aumento significativo dai pochi grammi un paio di anni fa. La vicina regione
del West Africa è già un affermato punto di transito verso l'Europa per i
trafficanti sudamericani, secondo un rapporto pubblicato nel luglio da
funzionari dell'Interpol. Secondo loro si conferma che l'Africa Centrale non
solo sta rapidamente diventando un passaggio per la droga dal Sud America, ma
anche un mercato per il consumo. "Qualche decennio fa, i sequestri erano
pari a zero - dice Lawrence Tang Enow, sovrintendente Senior della polizia e
Amministratore della Formazione Interpol regionale in Camerun - Dopo qualche tempo,
abbiamo iniziato a trovare qualche grammo. Ora abbiamo una situazione in cui
l'anno scorso abbiamo sequestrato 140 chilogrammi (308 libbre), solo
all'aeroporto internazionale Douala Airport." I rapporti, basati sui dati
delle polizie doganali, mostrano una crescita di sequestri di cocaina ed eroina
e un crescente numero di arresti di spacciatori. I cartelli sudamericani e i
loro complici locali, hanno trasformato l'Africa centrale in un trampolino di
lancio per tutta la cocaina per l'Europa, sfruttando le debolezze locali, come i
i controlli carenti nei porti, gli scarsi dispositivi di controllo dei
viaggiatori e la corruzione endemica dei
servizi doganali. Nel mese di febbraio, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la
droga e il crimine, UNODC, ha stimato che il contrabbando di cocaina in Africa
occidentale e centrale genera attualmente circa 900.000 milioni dollari l'anno”.
Come dicevamo anche altre volte,
e come abbiamo visto in molte parti del mando, dalla mezzaluna d’oro asiatica
ai territori andini, emerge anche qui l’identificazione di quelli che gli Stati
Uniti chiamano king pin, cioè i cosiddetti signori della droga, con gruppi
terroristici e rivoltosi, fra narcotrafficanti e contrabbandieri di armi.
Prosegue infatti l’articolo: “Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento
sospetto di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e del gruppo islamico
terrorista della Nigeria, Boko Haram, che potrebbero essere coinvolti nel
traffico per finanziare le loro attività, secondo un rapporto pubblicato lo
scorso anno dalla US Drug Enforcement Administration.
A proposito della setta islamista
Boko Haram, le agenzie riportano come due settimane fa sia stato arrestato un
membro del gruppo e come un senatore in carica, Ahmed Khalifa Zanna, e un ex
governatore della regione di Borno si gettino addosso la colpa l’un con l’altro
di averlo ospitato. Afferma il senatore, che è zio del presunto terrorista
islamico arrestato: “Non sapevo che fosse affiliato ai Boko Haram, so solo che
era un tossicodipendente”.
"Quando arriva il
narcotraffico, influenza la politica dei paesi, delle attività criminali e la
corruzione. Si tratta di un problema molto serio - ha detto Conrad Atefor
Ntsefor, funzionario Interppol presso l'Ufficio regionale per l'Africa nella
capitale del Camerun, Yaoundà”. Secondo lui, i cartelli ricchi e potenti, i cui
conti bancari a volte fanno impallidire i bilanci pubblici di alcuni paesi
africani, possono facilmente corrompere i funzionari di governo. E appunto
oltre al nesso tra narcotraffico e terrorismo, insiste nelle notizie il
continuo legame, a volte sospetto, ma più spesso acclarato, tra narcotraffico e
alti livelli della politica.
L’ Ufficio dell’ Interpol per L'Africa
centrale ha lavorato con la polizia di paesi diversi e con i servizi doganali
per unire e coordinare le strategie di intervento, rafforzare le banche dati
sui movimenti e le attività dei sospetti e incoraggiare la condivisione
tempestiva di informazioni per facilitare la cattura dei narcotrafficanti. Gli
sforzi regionali di repressione periodici vengono organizzati congiuntamente in
Africa occidentale e centrale e in America latina dall’ organo mondiale delle
dogane, dall’ UNODC e dall’Interpol. Tra novembre e dicembre 2011, una sola
operazione, messa in scena in 25 aeroporti in West-Africa centrale e in
Brasile, ha portato all'arresto di circa 50 indagati, il sequestro di oltre 500
chilogrammi di cocaina, eroina, anfetamine, pistole, medicinali contraffatti,
avorio e oltre 3,2 milioni di dollari in contanti.
Su All Africa del 9 novembre, è uscito un articolo che riguarda
il crescente consumo di droghe, in Tanzania. Nel paese è aumentato il numero di
persone che utilizzano siringhe, Dar es Salaam da sola ha raggiunto un record
di 15.000; il segretario di Stato presso l'Ufficio del Primo Ministro, William
Lukuvi, ha parlato in conferenza stampa delle tendenze attuali; Lukuvi ha detto
che una ricerca condotta nel 2011 ha dimostrato come l'abuso di droga sia aumentato,
insieme al rischio di contrarre l'HIV / AIDS. Ha detto che dalla ricerca è
emerso che 51,7 per cento dei tossicodipendenti che fanno uso di siringhe sono
risultati sieropositivi, costringendo il governo a intensificare gli sforzi
nella lotta contro il vizio. Nonostante gli sforzi del governo
per porre fine alla piaga, il signor Lukuvi ha osservato che il paese non ha
leggi che scoraggino gli spacciatori di droga, notando che il suo ministero
prevede di presentare un progetto di legge in Parlamento nel tentativo di
rafforzare la guerra contro la droga. "Le leggi esistenti sono troppo
deboli per affrontare il problema, visto che il business è redditizio, abbiamo
bisogno di leggi che impongano pene severe e di farla finita di multare persone
che vendono la droga ", ha detto Lukuvi. Ha aggiunto che un chilo di
cocaina ed eroina sul mercato della Tanzania costano la metà che in Sud Africa
e un terzo che negli Stati Uniti. Il ministro ha anche detto che la quantità di
cocaina sequestrata è aumentato da 63 kg nel 2010 a 126 nel 2011, con un
incremento del 100 per cento, il che dimostra che le agenzie antidroga sono
diventati più vigili. I sequestri dello scorso anno dimostrano che il traffico
di droga è aumentato anche nel paese, aggiungendo che la quantità di cocaina ed
eroina sequestrata nel 2011 è aumentata di dieci volte rispetto agli ultimi 10
anni. "Per esempio, nel 2001, ci fu
un totale di 412 sospetti, arrestati con 8 chili di cocaina, rispetto ai 20
sospetti arrestati nel 2011 con 264 chilogrammi di cocaina. " L’unità che dirigo per la
lotta contro la droga è come se fosse senza denti, stiamo pensando di avere un
organo più potente che ci possa consentire di intensificare la lotta", ha detto
Lukuvi, aggiungendo che è difficile vincere la lotta contro l'abuso di droga e il
traffico di droga con l'aiuto dell’opinione pubblica.
Un approccio del tutto
proibizionista ed autoritario quindi; anche se i numeri del suo paese
dovrebbero farlo riflettere, perchè il 51,7 di tossicodipendenti affetti da HIV
è una percentuale disastrosa, tipica dei paesi che hanno adottato un approccio
poliziesco e giudiziario nei confronti della tossicodipendenza, per una serie
di motivi che sono ben espressi nel secondo rapporto della Global Commission. Intitolato
appunto, “Come le politiche sulle droghe incrementano la pandemia di HIV e AIDS”;
evidenza che salta agli occhi proprio nel continente africano.
Una segnalazione, infine:
digitando War on drugs e Africa alla ricerca delle agenzie ho trovato numerose
recensioni del libro uscito, anche in Italia, a ottobre, Africa and the war on
drugs, di Neil Carriers, antropologo e accademico di studi africani, e Gernot Klantsgnig,
dell’ Università di Nottingham per gli studi politici. Il libro affronta il
tema di come i terroristi islamici, con interessi nel traffico di cocaina, abbiano
preso il sopravvento nord del Mali. Alimentati da narco-dollari, stanno
minacciando di produrre ulteriore caos ulteriormente. I due autori, entrambi
docenti universitari con una vasta esperienza nella ricerca sul traffico di
droga in Africa orientale e occidentale, rispettivamente, discutono una vasta
gamma di questioni pertinenti provenienti da diverse parti dell'Africa
sub-sahariana in 138 pagine di testo. Un approccio polemico, nei loro intenti.
Il suo obiettivo dichiarato è la guerra alla droga, che ha avuto inizio quando
il presidente Richard Nixon ha dichiarato "guerra totale" in America
"al nemico pubblico numero uno", nel 1972. La guerra alla droga
condotta dai successivi governi degli Stati Uniti, per 40 anni, non è riuscita
a eliminare il consumo di droga negli Stati Uniti. Distruggere la produzione di
droga in una zona spinge semplicemente il prezzo delle droghe sui mercati del
consumo, creando così maggiori profitti per i rivenditori. L'interruzione di un
percorso di alimentazione induce gli operatori a trovarne una nuova. Producendo
l’effetto, forse il più dannoso, di spingere le élites al potere in alcuni
Stati a sviluppare stretti legami con criminali; attraverso la guerra alla
droga i trafficanti di droga fanno causa comune con i politici.
Traccia della trasmissione andata in onda su Radio
Radicale il 16/10/2012
Prima di passare alle notizie dal
fronte della War on drugs dall’ Africa, un continente che è stato negli ultimi anni
interessato da un enorme incremento del consumo e del traffico di cocaina,
eroina e altre droghe, c’è un aggiornamento da fare, su una notizia che viene
dal Brasile e che è rimbalzata anche sulle agenzie italiane, cosa che non sempre
succede; alcune notizie, infatti, su questi argomenti, si trovano nelle fonti
locali, in lingua, e se ne viene a conoscenza in Italia solo se sono riportate
da qualche blogger o da qualche sito dedicato, altre invece rimbalzano nelle
agenzie di tutto il mondo e vengono quindi tradotte anche in italiano; questo è
un processo di selezione delle notizie che è sia diretto, e deriva da scelte
anche semplicemente strategiche commerciali, sia automatico.
La notizia che si è diffusa
rapidamente in tutto il mondo è la notizia di una azione di polizia che viene
descritta come molto incisiva: “Arrestato “Rodrigao” il capo dello
spaccio della zona sud di Rio in Brasile. Irruzione nelle favelas, duro colpo
al narcotraffico, 2.000 tra poliziotti e commandos brasiliani hanno fatto
irruzione in due agglomerati urbani di Rio de Janeiro controllati dai
trafficanti. Gli agenti hanno effettuato controlli a tappeto in vista degli
appuntamenti che vedranno Rio al centro dell'attenzione mondiale: i mondiali di
calcio 2014 e le Olimpiadi del 2016. La zona è definita crackolandia, da “crack”,
un sottoprodotto della lavorazione della cocaina. Con elicotteri, blindati,
centinaia di agenti, sono bastati poco più di dieci minuti alle forze
dell'ordine per prendere il controllo di due agglomerati di favelas tra le più
violente di Rio de Janeiro, Manguinhos e Jacarezinho, nel nord della metropoli
carioca, regno dei signori della droga. Un'operazione condotta ieri all'alba - si
parla di questo fine settimana - e seguita in serata da un altro duro colpo
inferto al narcotraffico con l'arresto di Rodrigo Belo Ferreira, 30 anni,
conosciuto come Rodrigao, ritenuto il nuovo capo dello spaccio di droga nella
favela di Rocinha. Nella zona sud di Rio poco prima delle 5, agenti e membri
delle forze speciali della polizia militare e civile, accompagnati da elicotteri
dell'Esercito e da blindati della Marina, hanno occupato, pare senza colpo
ferire, in tutto cinque baraccopoli, finora controllate dai narcotrafficanti:
oltre a Manguinhos e Jacarezinho, Mandela 1 e 2, e Varginha. Come accaduto in
altre operazioni di questo tipo – ci riporta la notizia, che ho trovato sia su
La Stampa che sul sito di GR RAI - che sono sempre state annunciate in
anticipo, proprio per cercare di evitare confronti a fuoco, i narcos sono
fuggiti prima dell'irruzione dei soldati. Per ostacolare il raid, dentro gli
strettissimi vicoli delle favelas, i narcotrafficanti avevano innalzato barricate
di cemento, che sono però state demolite grazie all'uso di scavatrici
meccaniche. Sono stati fermati e condotti alle comunità di recupero oltre 110
tossicodipendenti. Dopo la “pacificazione” dei complessi di Penha e Alemao – a
seguito di uno spettacolare blitz, avvenuto nel novembre 2010, che costrinse
decine e decine di banditi a una precipitosa fuga, ripresa dalle telecamere di
mezzo mondo - Manguinhos e Jacarezinho erano diventate il principale
nascondiglio dei trafficanti della regione. In particolare, erano state scelte
come nuovo quartier generale dagli appartenenti alla temuta fazione criminale
Comando Vermelho, nota per la brutalita' e la spregiudicatezza delle azioni. La
zona, infatti, era considerata così pericolosa da essere ribattezzata la “Striscia
di Gaza” carioca, per via degli intensi e ripetuti confronti tra poliziotti e
banditi. Ora, anche su questo territorio, dove il terrore regnava sovrano,
verranno montate le UPP, Unità di Polizia Pacificatrice, ideate come speciali
caserme permanenti. Attualmente, a Rio, sono state installate in tutto 28 UPP.
L'occupazione delle favelas di Rio da parte di soldati e agenti speciali è
iniziata alla fine del 2008 nell'ambito della strategia di sicurezza messa in
pratica dal governo locale in vista dei Mondiali del 2014 e delle Olimpiadi del
2016”.
Quindi vediamo come anche in
questo caso venga magnificata un’operazione come un grandissimo colpo al
narcotraffico, quando in realtà li hanno avvertiti prima, e perlomeno i capi più
importanti hanno avuto maniera di scappare, hanno arrestato un capo di
medio/basso livello, e con 2000 poliziotti hanno portato 110 tossicodipendenti
in comunità di recupero, un risultato davvero limitato, risibile, e tutto
questo oltre ad essere costato sicuramente una cifra alta, viene sbandierato in
tutto il mondo come un’azione di tutela della sicurezza e di grosso colpo al
narcotraffico, mentre appare evidente che tutta questa rilevanza della notizia
non esiste; un’operazione di facciata.
Arrivando all’Africa, sempre su
La Stampa, domenica, è uscito un articolo dedicato alle infiltrazioni di Al
Quaeda in Somalia, con un ritratto dei conflitti che oppongono un esercito più
o meno regolare a gruppi armati irregolari, una situazione che è comune in
molti paesi africani, e sulle infiltrazioni di Al Qaeda in tali gruppi; si
dice, nell’articolo, che i capi pagano gli uomini in cibo, armi e qat, una
pianta stupefacente, diffusa localmente. ma non si approfondisce il nesso fra
il narcotraffico, come fonte di finanziamento,e le altre attività. Abbiamo visto invece come seguendo le rotte del
narcotraffico ci si imbatte regolarmente nel traffico di armi, di esseri umani
clandestini, e nel cosiddetto terrorismo. La commistione tra traffico di coca e
gruppi armati latino americani per esempio o fra l’eroina afghana e le vicende
politiche internazionali mostrano questa evidenza, come hanno affermato, tra gli altri, Karzari, Zardari e Panetta.Il traffico di droga, armi, esseri umani, e
il terrorismo si configura, sociologicamente parlando, come campo di dominio
strutturato, organizzato, e con ogni probabilità centralizzato. Ad affermarlo,
questa settimana, anche il ministro degli esteri della Mauritania, come riporta
il The North Africa Post del 15 ottobre:
“ La Mauritania è sempre più preoccupata per la minaccia terroristica crescente
nel Sahel che è diventato un paradiso sicuro per la criminalità organizzata e
le reti terroristiche; queste preoccupazioni sono state recentemente esposte,
prima della 67^ sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal ministro
degli Esteri della Mauritania Hamadi, che ha avvertito che la regione del Sahel
è diventato "un rifugio sicuro per le reti della criminalità organizzata
di tutti i tipi - il traffico di droga, armi, munizioni, compresa la tratta di
esseri umani, l'immigrazione clandestina e, in particolare, il terrorismo.
"
La decisione di istituire il
Centro delle Nazioni Unite per la lotta contro il terrorismo (UNCCT) si è
concluso nel 2011 come il risultato di un accordo tra l'Arabia Saudita, che ha
impegnato 10 milioni di dollari al progetto, e le Nazioni Unite - un progetto
che si spera sia coordinato con le agenzie sui narcotici - e ciò è stato
confermato dal presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré, il mediatore
principale della crisi.
La principale minaccia
terroristica nella regione viene ora da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI),
che ha preso il controllo sul nord del Mali lo scorso marzo, e sugli aeroporti,
basi militari, centri di formazione e discariche di armi situate nel territorio,
alimentando i timori che il Mali settentrionale possa diventare un nuovo
santuario per i jihadisti. Questo gruppo, l’ AQMI, si è diviso internamente e
da una di queste scissioni si è fondato il Movimento per l'Unità del Jihad
nell'Africa Occidentale, MUJAO, che nei mesi seguenti alla crisi del Mali ha
nidificato a Gao, una città situata nella parte orientale del Mali, quella che
guarda alla frontiera con il Niger; Gao, dove è stato distrutto il mausoleo di
Sheik Al Kebir, è stata soprannominata nel corso degli anni 2000 Cocaineville,
e numerosi articoli sono usciti nel corso degli anni descrivendo come si fosse
formata una parte della città intorno alle residenze di narcotrafficanti e
indotto. Cocaina che arriva sì dalla Costa d’Avorio ma anche dalla Guinea Bissau,
altro paese che ha conosciuto una profonda crisi nella quale ha influito il suo
ruolo di paese di transito di migliaia di tonnellate di cocaina.
Sempre il North Africa Post ci
informa sulla Conferenza che si è tenuta in settembre, una conferenza
ministeriale interregionale per l’armonizzazione delle legislazioni di numerosi
Stati dell’ Africa dell’ ovest in materia di lotta alla droga, in Senegal. “La
conferenza trae la sua importanza dal contesto di insicurezza della regione,
dove il traffico di droga serve ad alimentare le attività dei ribelli e di
gruppi terroristici di tutti I tipi. Ai partecipanti è stato ben presto chiaro
che la formazione specialistica dei giudici, dei procuratori e delle forze dell’ordine
è uno dei mezzi indispensabili per lottare al meglio contro questo flagello.
Nel caso del Senegal, questo si nota in modo evidente: magistrati senegalesi
spesso non hanno una formazione sufficiente quando si tratta di occuparsi di
criminalità organizzata transnazionale, come accade sempre nel caso del
traffico di droga in quella zona; la tendenza dei magistrati a trattare questo
genere di casi sulla base delle regole del diritto comune, troppo limitate nei
tempi e nelle procedure, fa sì che i giudici non vadano abbastanza a fondo
nelle loro indagini. In genere si limitano alle conclusioni delle inchieste
della polizia giudiziaria. E’ apparso quindi evidente che una lotta più
efficace contro il traffico di droga attraverso le frontiere debba passare per
un coordinamento fra i sistemi giudiziari dei paesi coinvolti. La conferenza
così ha previsto che la legislazione senegalese sia resa conforme con quella
degli altri paesi vicini. La Conferenza di questa settimana è stato un modo per
il Senegal di fare un bilancio, due anni dopo una prima conferenza simile a Dakar,
sulla messa in opera di strumenti di lotta contro il traffico di droga. Il
Ministero degli interni, tramite il CILD, Comitato Interministeriale per la
Lotta alla Droga, propone un programma che comprende un incremento della
sorveglianza delle frontiere terrestri, marittime e aeroportuali insieme a Capo
Verde, Gambia, Repubblica di Guinea, Guinea Bissau, Mali, Mauritania e Niger”.
Altre agenzie ci informano che, sempre in settembre, “il Segretario Generale
dell’ONU ha convocato, a New York, una Riunione di alto livello sul Sahel, nel
corso della quale gli Stati e le organizzazioni regionali e internazionali
hanno sostenuto l’elaborazione di una strategia regionale integrata delle
Nazioni Unite per il Sahel ed espresso la loro determinazione ad appoggiare il
pieno ristabilirsi dell’ordine costituzionale in Mali, oltre che la sua
integrità territoriale. I partecipanti alla Riunione hanno riconosciuto la
natura “complessa, multidimensionale e transfrontaliera” delle minacce che deve
affrontare la regione del Sahel, cioè la proliferazione del traffico di armi, l’accresciuta
presenza di gruppi terroristici, il traffico di esseri umani, il narcotraffico”.
Vediamo dunque come le
istituzioni si mobilitino per una strategia comune a distanza di almeno 10 anni
dall’inizio dell’invasione, da parte del narcotraffico di cocaina, e
dell’incremento, da parte di quello dell’eroina, delle rotte africane; una
invasione segnalata fino dai primi anni 2000 dagli osservatori di tutti il
mondo, ma che ha atteso di risalire alla cronaca fino al ritrovamento, in Mali,
nel 2009, di un Boeing con a bordo 10 tonnellate di cocaina. Da lì
avrebbe dovuto risalire il Sahara, diretta in Egitto, nascosta in un convoglio
di pick up 4×4, poi verso la Grecia e i Balcani fino a arrivare nel cuore
dell’Europa. C' è il fondato sospetto - come disse allora il responsabile Onu
per la lotta alla droga, Antonio Maria Costa - che il carico sia stato passato
a un gruppo di terroristi di Al Qaeda attivi nel Sahel, una fazione algerina in
affari con i contrabbandieri. Gli islamisti forniscono supporto e impongono una
tassa di transito: quasi tremila euro per ogni chilogrammo di cocaina. Sempre
secondo le fonti delle Nazioni Unite i criminali disporrebbero di una decina di
aerei, tra questi alcuni Boeing 727, 707 e DC9. In alternativa usano piccoli
jet - i Gulfstream II - e bimotori a elica. Nel luglio del 2008,
per esempio, è stato confiscato un Cessna 441 in Sierra Leone: volava con le
insegne della Croce Rossa e nel medesimo periodo, in Guinea Bissau, è stato
sequestrato un Gulfstream noleggiato - si fa per dire - dal cartello di Sinaloa.
In effetti, osservando le mappe
delle rotte del narcotraffico, che siano le mappe istituzionali, delle agenzie dell’ONU,
o della DEA, oppure quelle che vengono tracciate da chi se ne occupa ( ho già
segnalato come le varie realtà missionarie siano informate e costituiscano
fonti autorevoli su questo tema), si vede come esistano punti di ingresso
definiti, per l’eroina, dall’Asia verso la Nigeria, per la cocaina, tra Costa d’Avorio, Benin
eGuinea Bissau, da dove arriverebbe dal
Sudamerica a bordo di piccoli e medi carghi sia navali che aerei, ma anche dall’
estremo sud dell’Africa. Risalendo poi il continente, nell’ultimo decennio la
scia della rotta dal sud si è tirata dietro una impennata di consumi di cocaina
e derivati in tutta l’Africa, favorendo oltre alla corruzione politica e delle
forze armate, i guadagni delle criminalità organizzate locali, la violenza sociale
e la diffusione di HIV e AIDS. Molte delle rotte convergono su quello che un
tempo si chiamava il ventre molle dell’Africa, una zona scarsamente popolata e
in gran parte fuori dal controllo degli enti sovranazionali e dal diritto
internazionale. Una zona dove si scambiano accordi criminali e scambi illeciti
senza alcun controllo se non quello che i vari gruppi esercitano fra di loro.
Una revisione delle leggi sulle droghe non sarebbe forse risolutiva, ma, come
si può argomentare in piccolo, rispetto alle mafie locali dei vari paesi,
obbligherebbe la criminalità organizzata a elaborare nuove strategie e a
riconvertire gli investimenti.