Stasera, venerdì 4 gennaio 2013, alle 22.30. su www.liberi.tv, inizia il nuovo anno di Leggera Euforia, il programma più antiproibizionista che ci sia; notizie dal mondo antiproibizionista, aggiornamenti dalla war on drugs, chat in diretta, politica e fantasia :)
04/01/13
03/01/13
Notizie dal fronte della war on drugs - Africa - 11 dicembre 2012
Traccia della trasmissione andata in onda su Radio
Radicale il 11/12/2012
Come dicevamo altre volte, e come
abbiamo visto in molte parti del mando, dalla mezzaluna d’oro asiatica ai
territori andini, emerge anche nel continente africano l’identificazione di quelli che gli stati
uniti chiamano “king pin”, cioè i cosiddetti signori della droga, con gruppi
terroristici e rivoltosi, fra narcotrafficanti e contrabbandieri di armi.
Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento sospetto di Al Qaidi nel
Maghreb Islamico (AQIM) e del gruppo islamico terrorista della Nigeria, Boko
Haram, che potrebbero essere coinvolti nel traffico per finanziare le loro
attività, secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla US Drug
Enforcement Administration.
Un articolo uscito il 14
novembre, su Meridiani, ci informa della crescente collaborazione fra i vari
gruppi terroristici che operano in Africa: “La fitta rete del terrore che
innerva l’Africa occidentale mette in connessione i militanti di Boko Haram con
i più attivi e minacciosi gruppi fondamentalisti del Sahel e del Centrafrica.
Una rete fatta di scambi di conoscenze pratiche, di combattenti addestrati e di
un’indefessa opera di intelligence e di condivisione di principi ideologici. Il
rischio di una collaborazione più stretta tra Boko Haram (movimento nigeriano),
Aqmi (al Qaeda nel Maghreb Islamico), Mujao (Movimento per l’unicità del jihad
nell’Africa occidentale), Ansar Eddine (movimento tuareg salafita) e gli
Shabaab della Somalia e’ paventato da anni, fin da quando le prime voci
sull’addestramento di combattenti nigeriani nei campi maliani, somali e
yemeniti iniziavano a circolare fra le autorità. L’accresciuta collaborazione
tra gli Stati della regione saheliana nelle operazioni anti-terrorismo ha
spinto le organizzazioni fondamentaliste verso un maggiore coordinamento, in
modo da sopperire anche all’indebolimento dell’azione coesiva di al Qaeda.
L’unione degli sforzi fra i vari movimenti fondamentalisti non tende però alla
creazione di un’organizzazione transnazionale, quanto piuttosto al
rafforzamento cooperativo dei vari attori locali, riuniti in un vero e proprio
network dall’imprevedibile potenza d’impatto”.
Vediamo dunque il coinvolgimento
di questi gruppi con il narcotraffico, e iniziamo dal Mujao (Movimento per
l’unicità del jihad nell’Africa occidentale), descritto così da un reporter
francese sul sito Temps reel: “Grande reporter,
Jean-Paul Mari rientra da Bamako, dove è andato per un reportage per
conto del “Nouvel Observateur", al fine di tentare di svelare la realtà
del nord del Mali. Quattro organizzazioni controllano il nord del Mali: la più
conosciuta e la più minacciosa è AQMI, Al Qaeda nel Magreb Islamico, con il
MUJAO, la sua escrescenza mafiosa, specializzata in narcotraffico”.
Sul Globalist L’argomento viene
approfondito: “A un anno dai rapimenti
dei cooperanti europei, Il Fronte polisario non riesce a capacitarsi, un anno
dopo l'operazione di Tindouf, che il Mujao (Movimento per l'unicità e il jihad
nell'Africa occidentale) sia potuto penetrare nei campi profughi l'operazione
del sequestro di tre cooperanti a Tindouf non avrebbe potuto realizzarsi senza
una complicità all'interno degli accampamenti. Perché i terroristi sono venuti
dal Mali, hanno attraversato la frontiera mauritana per entrare in Algeria e
raggiungere di notte i campi di Rabbouni. Le autorità sahrawi non negano che ci
sia stata una collaborazione con elementi all'interno dei campi. «I
narcotrafficanti che si trovano nella zona sono stati utilizzati dai gruppi
terroristi al di fuori dei campi per facilitare la penetrazione nei luoghi dove
sono stati rapiti gli europei», afferma un alto responsabile della sicurezza
del Fronte polisario. «I narcotrafficanti, con la complicità delle guardie
militari marocchine, approfittano di passaggi che permettono loro di far uscire
la droga con veicoli e di consegnarla ad altri gruppi che arrivano dalla
Mauritania e la trasportano verso il Mali», spiega Abdelhay Emmay. il
comandante della prima legione della seconda regione militare dei territori
liberati del Sahara occidentale. Si tratta di centinaia di brecce aperte
momentaneamente e poi richiuse lungo i 2.400 chilometri di muro. Create
inizialmente per il traffico di sigarette, poi di droga, poi per l'immigrazione
clandestina di africani verso l'Europa, sono utilizzate ora anche per far passare
i terroristi”.
Su Le Matin si trova poi un altro
approfondimento dal titolo “Sahel, quando la sharia benedisce i
narcotrafficanti”. “La connessione tra i gruppi terroristi armati che occupano
il nord del Mali e la rete del contrabbando e dei narcotrafficanti è così
stretta che sarebbe ingenuo prendere per oro colato la recente dichiarazione
del capo terrorista di Ansar Eddine, Iyad Ag Ghali, che ha detto di voler
interrompere il contrabbando di droga e di sigarette sul terriotrio di Azawad,
che occupa da sei mesi insieme ad Al Qaeda nel Magreb Islamico e al MUJAO.
Secondo le informazioni pubblicate questo sabato da diversi siti africani, il
capo di Ansar Eddine (mentre due delegazioni stanno seguendo, a Algeri e a
Ouagadougou, negoziazioni per l’uscita dalla crisi nel nord del Mali) ha
dichiarato a margine della chiusura delle esercitazioni militari organizzate a
Kidal, che “il contrabbando è interdetto nell’Azawad”, sottolineando come
“tutti i contrabbandieri dispongano di un termine di tre settimane per cessare
la loro attività.” Intanto, a Algeri e a Ouagadougou, le sue delegazioni persistono e firmano. Per Ansar Eddine non si
pone la questione se combattere AQMI, “dei musulmani come noi”, ha affermato il
capo della delegazione che ha reiterato la sua vicinanza ideologica e militare
all’organizzazione di Abdelmalek Droukdel et Mokhtar Belmokhtar , che sono a
capo di un importante rete di
narcotrafficanti, rete fondata sul mercato delle sigarette americane Marlboro. Iyad
Ag Ghali stesso deve la sua ascesa “politica” alle potenti organizzazioni di
narcotrafficanti . che gli hanno permesso di trovarsi in possesso di una immensa
fortuna, con la complicità di Algeri e Bamako. La dichiarazione, intervenuta
nel corso del dialogo che il suo gruppo porta avanti a Algeri e a Ouagadougou serve a “moralizzare” in
superficie la sharia e ad offrire alle autorità algerine e mauritane un aspetto
presentabile, destinato ad una operazione di facciata che non regge davanti
alla natura dell’ islamo-gangsterismo di Ansar Eddine. In realtà, dopo la sua
occupazione di Timbuctu, dove si continua ad applicare la sharia, non si è
fatto altro che attaccare una popolazione senza difese. Sono stati distrutti un
certo numero di piccoli commercianti di alcol, proibito il consumo del tabacco
in nome della sharia ma non si sono colpiti i grandi trafficanti di droga e di
sigarette che sono controllati per conto degli “emiri” algerini di AQMI”.
Dai legami tra narcotrafficanti e
terroristi passiamo ora a quelli tra narcotrafficanti e vertici politici; su
mali Actualité si descrivono i rapporti fra il Presidente del Mali, deposto nel
marzo 2012, Amadou Toumani Touré, e le organizzazioni criminali che gesticono
il traffico di cocaina. “Generali dell’esercito del Mali, uomini politici, eletti
locali, sono tutti coinvolti in un traffico di droga. Un rapporto
ultraconfidenziale dei servizi segreti americani ha da poco rivelato che nove
generali del Mali sono stati implicati nel traffico di cocaina nel Sahara. Il
barone in capo di questa rete altri non sarebbe che l’ex presidente della
repubblica Amadou Toumani Touré. Il coinvolgimento di sua moglie nell’affare
“Air Cocaine”, è la prova perfetta dell’esistenza della criminalità organizzata
ai vertici del potere. Ma c’è di peggio. Fra il gennaio 2006 e il maggio 2008
sono stati sequestrati 284 chili di cocaina in Europa, all’arrivo di voli
provenienti dal Mali, il che situa il paese al quarto posto dell’ Africa
dell’ovest. A livello di numero di trafficanti arrestati all’arrivo in Europa,
l’aeroporto di Bamako fornisce il secondo contingente dell’Africa occidentale,
soprpassato soltanto da quello di Conakry, un piazzamento molto sproporzionato
in rapporto all’importanza del traffico aereo tra Mali e Europa. Il rapporto
del GRIP (Gruppo di informazione e ricerca sulla pace e sulla sicurezza) non
lascia dubbi: il Mali, fuori dalle rotte principali e senza interesse particolare
per i passeggeri è divenuto, così come
la Mauritania e il Niger, paese di massiccio transito; i sequestri negli
aereoporti europei non sono che la cima di un iceberg di cocaina che va a giro
tranquillamente lungo il deserto sahariano. In pieno Sahara, a Tinzaouatine, vicino
alla frontiera algerina, 750 chili di cocaina sono stati abbandonati dai
contrabbandieri che sono fuggiti attraverso la frontiera algerina; e che dire
di “Air Cocaine”, e dei suoi andirivieni quotidiani che non sono di centinaia
di chili ma tonnellate. In almeno due casi, alcuni notabili di Gao e di Tarkint
erano presenti agli atterraggi, e a Kayes era l’esercito che presidiava una
pista improvvisata per ricevere quattro tonnellate di cocaina. Nelle varie ramificazioni
delle inchieste si trovano implicati cittadini marocchini, francesi, spagnoli,
del mali e altro. Le autostrade sahariane della cocaina sono già un classico e
sottolineano perfettamente i legami esistenti fra i narcotrafficanti
latinoamericani, i belligeranti (Polisario, Tuareg, ecc.), gli islamisti di
AQMI e i loro adepti, e infine le forze armate e gli attori politici ed
economici della regione. Questi ultimi e le forze armate hanno sempre agito
nella quasi totale impunità: Georges Berghezan di GRIP sottolinea, in una
intervista al quotidiano Libre Belgique che ci sono stai, all’inizio del 2010,
numerosissimi atterraggi di trasporti di droga a Kidal, Gao, Timbuctù. Durante
l’incidente di Tarkint, secondo l’ambasciata degli Stati Uniti, i servizi segreti
del Mali avevano circondato la zona e ai servizi antidroga non è stato permesso
l’accesso. Di una dozzina di persone arrestate, la maggior parte sono state già
liberate. Le molteplici joint venture fra criminalità organizzata, banditi
carovanieri, islamisti trafficanti di esseri umani, uomini di affari, militari,
politici, liberatori e altri rivoluzionari, mirano essenzialmente al controllo
del traffico di droga. Dietro le rivoluzioni, i colpi di Stato, le liberazioni
dei territori, e altre azioni armate, c’è il disegno in filigrana di diverbi,
litigi, divisioni, contestazioni e controllo delle vie di un traffico che
genera annualmente numerosi miliardi di dollari. La presenza militare USA e
francese, decentrata e più che altro costiera, pare perfettamente inefficace,
malgrado gli sforzi di un dirigente locale delle forze speciali, Christian
Rouyer e di tutta la tecnologia americana. Tanto più che i “barbuti” e gli
uomini di affari di questi due paesi giocano spesso su più tavoli e non
disdegnano la manna che viene dal cielo latinoamericano”.
Per concludere, leggiamo alcune
notizie sul coinvolgimento delle banche africane nel riciclaggio dei proventi
di questo vasto traffico. Le banche che operano in Ghana sono stati invitate a
intensificare i loro sforzi nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il
finanziamento del terrorismo, per scongiurare che il paese sia messo di nuovo
nella “black kist”. Parlando alla apertura della filiale Westland della
Standard Chartered Bank in Accra, Nicholas Okoe Sai, Advisor della Banca del
Ghana (BOG) ha detto che la Banca centrale e altre istituzioni competenti
garantiscono che sono state adeguate le normative e sono state prese misure per
scongiurare il reinserimento nella “black list”. Le azioni intraprese includono
la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità
organizzata transnazionale e l’ emanazione dei regolamenti anti-terrorismo del
2012. "Non dobbiamo rinnegare le nostre responsabilità, ciò di cui la
Banca del Ghana ha bisogno è che tutte
le banche e gli intermediari finanziari forniscano un'efficace cooperazione e
collaborazione", ha detto Sai. Lo scorso febbraio il Ghana era stato messo
sulla lista dei paesi che non hanno norme internazionali per prevenire il
riciclaggio di denaro. Tuttavia, il Gruppo di azione finanziaria aveva
cancellato il Ghana dalla lista nera, citando con soddisfazione le misure
adottate dal Centro di informazione finanziaria del paese, dopo il lancio di
orientamenti in materia di antiriciclaggio per i vari bracci del settore
finanziario delle banche, delle assicurazioni e del mercato dei capitali . Sai
ha detto che la rimozione del Ghana dalla lista nera è stata molto
incorraggiante e ha esortato le banche a mettere in atto misure per fermare le
transazioni illegali. Parlando della ricapitalizzazione delle banche, ha detto che
dal 2008 la maggior parte delle banche hanno aumentato il loro capitale al
livello minimo richiesto di GH ¢ 60 milioni, tutte, tranne cinque. "Delle
cinque banche rimanenti, quattro hanno presentato piani di capitalizzazione credibili".
02/01/13
Notizie dal fronte della war on drugs - Africa - 12 novembre 2012
Traccia della trasmissione andata in onda su Radio
Radicale il 12/11/2012
Abbiamo visto come le rotte del
narcotraffico portino dai campi di oppio del sud dell’ Afghanistan alle coste
di Makran (sul Mar arabico poco ad est del golfo di Oman), attraverso il Pakistan; i trafficanti
trasportano eroina per un valore di circa 20 miliardi l’anno, secondo le stime
ONU. Abbiamo visto le rotte che dall’America latina portano cocaina e altro, per
via navale ed aerea, in Africa occidentale; un approfondimento, su come l’Africa
centrale sia diventata un centro di smistamento, di trattative, un punto nodale
del narcotraffico, lo si trova in un articolo pubblicato il 26 ottobre sul
Seattle Times: “L'arresto di un nigeriano per presunto contrabbando di eroina mette
in evidenza ciò che i funzionari definiscono come il problema crescente del traffico
di droga in Africa centrale. La notizia giunge da Douala, una cittadina
marittima e centro economico del Camerun: l’arrestato. 28 anni, è apparso in
tribunale a Douala, per rispondere alle accuse di traffico internazionale di
droga. Fermato dalla polizia al Douala
International Airport poco dopo l'arrivo su un volo Kenya Airways, è stato
formalmente accusato di possesso di 7 kg (15 libbre) di eroina e rischia fino a
10 anni di reclusione. Parlando a The Associated Press dalla sua cella ha negato le accuse, ha insistito che è un
ricco uomo d'affari nigeriano e che ha
volato a Bujumbura, Burundi, via Nairobi, Kenya, il 18 ottobre per visitare un
amico. "Non so che ha messo la droga nella mia borsa. Non so se è nella
mia camera d'albergo in Bujumbura che mi hanno fatto questo. Nella mia vita,
non ho mai usato droga. Non so niente di droga. Sono tornato in Camerun per
vedere uno dei miei amici, tutto qui, e ora mi trovo in tutto questo casino. E
'una trappola ", ha sostenuto. Nonostante le sue smentite, è solo uno di
un numero crescente di sospetti trafficanti di droga, secondo il pubblico
ministero e i servizi doganali e di polizia. L'arresto è l'ultimo di una serie in
costante aumento negli ultimi mesi che mostrano come il Camerun e l'Africa
centrale stiano rapidamente diventando una zona di transito e di mercato per i
cartelli della droga del Sud America, secondo il comandante della polizia di
frontiera, Biloa. C'è stato un drammatico aumento dei sequestri di cocaina ed
eroina, pari a centinaia di chili, secondo i dati della polizia di frontiera e i
servizi doganali nei porti aerei e marittimi nella regione. Si tratta di un
aumento significativo dai pochi grammi un paio di anni fa. La vicina regione
del West Africa è già un affermato punto di transito verso l'Europa per i
trafficanti sudamericani, secondo un rapporto pubblicato nel luglio da
funzionari dell'Interpol. Secondo loro si conferma che l'Africa Centrale non
solo sta rapidamente diventando un passaggio per la droga dal Sud America, ma
anche un mercato per il consumo. "Qualche decennio fa, i sequestri erano
pari a zero - dice Lawrence Tang Enow, sovrintendente Senior della polizia e
Amministratore della Formazione Interpol regionale in Camerun - Dopo qualche tempo,
abbiamo iniziato a trovare qualche grammo. Ora abbiamo una situazione in cui
l'anno scorso abbiamo sequestrato 140 chilogrammi (308 libbre), solo
all'aeroporto internazionale Douala Airport." I rapporti, basati sui dati
delle polizie doganali, mostrano una crescita di sequestri di cocaina ed eroina
e un crescente numero di arresti di spacciatori. I cartelli sudamericani e i
loro complici locali, hanno trasformato l'Africa centrale in un trampolino di
lancio per tutta la cocaina per l'Europa, sfruttando le debolezze locali, come i
i controlli carenti nei porti, gli scarsi dispositivi di controllo dei
viaggiatori e la corruzione endemica dei
servizi doganali. Nel mese di febbraio, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la
droga e il crimine, UNODC, ha stimato che il contrabbando di cocaina in Africa
occidentale e centrale genera attualmente circa 900.000 milioni dollari l'anno”.
Come dicevamo anche altre volte,
e come abbiamo visto in molte parti del mando, dalla mezzaluna d’oro asiatica
ai territori andini, emerge anche qui l’identificazione di quelli che gli Stati
Uniti chiamano king pin, cioè i cosiddetti signori della droga, con gruppi
terroristici e rivoltosi, fra narcotrafficanti e contrabbandieri di armi.
Prosegue infatti l’articolo: “Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento
sospetto di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e del gruppo islamico
terrorista della Nigeria, Boko Haram, che potrebbero essere coinvolti nel
traffico per finanziare le loro attività, secondo un rapporto pubblicato lo
scorso anno dalla US Drug Enforcement Administration.
A proposito della setta islamista
Boko Haram, le agenzie riportano come due settimane fa sia stato arrestato un
membro del gruppo e come un senatore in carica, Ahmed Khalifa Zanna, e un ex
governatore della regione di Borno si gettino addosso la colpa l’un con l’altro
di averlo ospitato. Afferma il senatore, che è zio del presunto terrorista
islamico arrestato: “Non sapevo che fosse affiliato ai Boko Haram, so solo che
era un tossicodipendente”.
"Quando arriva il
narcotraffico, influenza la politica dei paesi, delle attività criminali e la
corruzione. Si tratta di un problema molto serio - ha detto Conrad Atefor
Ntsefor, funzionario Interppol presso l'Ufficio regionale per l'Africa nella
capitale del Camerun, Yaoundà”. Secondo lui, i cartelli ricchi e potenti, i cui
conti bancari a volte fanno impallidire i bilanci pubblici di alcuni paesi
africani, possono facilmente corrompere i funzionari di governo. E appunto
oltre al nesso tra narcotraffico e terrorismo, insiste nelle notizie il
continuo legame, a volte sospetto, ma più spesso acclarato, tra narcotraffico e
alti livelli della politica.
L’ Ufficio dell’ Interpol per L'Africa
centrale ha lavorato con la polizia di paesi diversi e con i servizi doganali
per unire e coordinare le strategie di intervento, rafforzare le banche dati
sui movimenti e le attività dei sospetti e incoraggiare la condivisione
tempestiva di informazioni per facilitare la cattura dei narcotrafficanti. Gli
sforzi regionali di repressione periodici vengono organizzati congiuntamente in
Africa occidentale e centrale e in America latina dall’ organo mondiale delle
dogane, dall’ UNODC e dall’Interpol. Tra novembre e dicembre 2011, una sola
operazione, messa in scena in 25 aeroporti in West-Africa centrale e in
Brasile, ha portato all'arresto di circa 50 indagati, il sequestro di oltre 500
chilogrammi di cocaina, eroina, anfetamine, pistole, medicinali contraffatti,
avorio e oltre 3,2 milioni di dollari in contanti.
Su All Africa del 9 novembre, è uscito un articolo che riguarda
il crescente consumo di droghe, in Tanzania. Nel paese è aumentato il numero di
persone che utilizzano siringhe, Dar es Salaam da sola ha raggiunto un record
di 15.000; il segretario di Stato presso l'Ufficio del Primo Ministro, William
Lukuvi, ha parlato in conferenza stampa delle tendenze attuali; Lukuvi ha detto
che una ricerca condotta nel 2011 ha dimostrato come l'abuso di droga sia aumentato,
insieme al rischio di contrarre l'HIV / AIDS. Ha detto che dalla ricerca è
emerso che 51,7 per cento dei tossicodipendenti che fanno uso di siringhe sono
risultati sieropositivi, costringendo il governo a intensificare gli sforzi
nella lotta contro il vizio. Nonostante gli sforzi del governo
per porre fine alla piaga, il signor Lukuvi ha osservato che il paese non ha
leggi che scoraggino gli spacciatori di droga, notando che il suo ministero
prevede di presentare un progetto di legge in Parlamento nel tentativo di
rafforzare la guerra contro la droga. "Le leggi esistenti sono troppo
deboli per affrontare il problema, visto che il business è redditizio, abbiamo
bisogno di leggi che impongano pene severe e di farla finita di multare persone
che vendono la droga ", ha detto Lukuvi. Ha aggiunto che un chilo di
cocaina ed eroina sul mercato della Tanzania costano la metà che in Sud Africa
e un terzo che negli Stati Uniti. Il ministro ha anche detto che la quantità di
cocaina sequestrata è aumentato da 63 kg nel 2010 a 126 nel 2011, con un
incremento del 100 per cento, il che dimostra che le agenzie antidroga sono
diventati più vigili. I sequestri dello scorso anno dimostrano che il traffico
di droga è aumentato anche nel paese, aggiungendo che la quantità di cocaina ed
eroina sequestrata nel 2011 è aumentata di dieci volte rispetto agli ultimi 10
anni. "Per esempio, nel 2001, ci fu
un totale di 412 sospetti, arrestati con 8 chili di cocaina, rispetto ai 20
sospetti arrestati nel 2011 con 264 chilogrammi di cocaina. " L’unità che dirigo per la
lotta contro la droga è come se fosse senza denti, stiamo pensando di avere un
organo più potente che ci possa consentire di intensificare la lotta", ha detto
Lukuvi, aggiungendo che è difficile vincere la lotta contro l'abuso di droga e il
traffico di droga con l'aiuto dell’opinione pubblica.
Un approccio del tutto
proibizionista ed autoritario quindi; anche se i numeri del suo paese
dovrebbero farlo riflettere, perchè il 51,7 di tossicodipendenti affetti da HIV
è una percentuale disastrosa, tipica dei paesi che hanno adottato un approccio
poliziesco e giudiziario nei confronti della tossicodipendenza, per una serie
di motivi che sono ben espressi nel secondo rapporto della Global Commission. Intitolato
appunto, “Come le politiche sulle droghe incrementano la pandemia di HIV e AIDS”;
evidenza che salta agli occhi proprio nel continente africano.
Una segnalazione, infine:
digitando War on drugs e Africa alla ricerca delle agenzie ho trovato numerose
recensioni del libro uscito, anche in Italia, a ottobre, Africa and the war on
drugs, di Neil Carriers, antropologo e accademico di studi africani, e Gernot Klantsgnig,
dell’ Università di Nottingham per gli studi politici. Il libro affronta il
tema di come i terroristi islamici, con interessi nel traffico di cocaina, abbiano
preso il sopravvento nord del Mali. Alimentati da narco-dollari, stanno
minacciando di produrre ulteriore caos ulteriormente. I due autori, entrambi
docenti universitari con una vasta esperienza nella ricerca sul traffico di
droga in Africa orientale e occidentale, rispettivamente, discutono una vasta
gamma di questioni pertinenti provenienti da diverse parti dell'Africa
sub-sahariana in 138 pagine di testo. Un approccio polemico, nei loro intenti.
Il suo obiettivo dichiarato è la guerra alla droga, che ha avuto inizio quando
il presidente Richard Nixon ha dichiarato "guerra totale" in America
"al nemico pubblico numero uno", nel 1972. La guerra alla droga
condotta dai successivi governi degli Stati Uniti, per 40 anni, non è riuscita
a eliminare il consumo di droga negli Stati Uniti. Distruggere la produzione di
droga in una zona spinge semplicemente il prezzo delle droghe sui mercati del
consumo, creando così maggiori profitti per i rivenditori. L'interruzione di un
percorso di alimentazione induce gli operatori a trovarne una nuova. Producendo
l’effetto, forse il più dannoso, di spingere le élites al potere in alcuni
Stati a sviluppare stretti legami con criminali; attraverso la guerra alla
droga i trafficanti di droga fanno causa comune con i politici.
30/12/12
Notizie dal fronte della war on drugs - Africa - 16 ottobre 2012
Traccia della trasmissione andata in onda su Radio
Radicale il 16/10/2012
Prima di passare alle notizie dal
fronte della War on drugs dall’ Africa, un continente che è stato negli ultimi anni
interessato da un enorme incremento del consumo e del traffico di cocaina,
eroina e altre droghe, c’è un aggiornamento da fare, su una notizia che viene
dal Brasile e che è rimbalzata anche sulle agenzie italiane, cosa che non sempre
succede; alcune notizie, infatti, su questi argomenti, si trovano nelle fonti
locali, in lingua, e se ne viene a conoscenza in Italia solo se sono riportate
da qualche blogger o da qualche sito dedicato, altre invece rimbalzano nelle
agenzie di tutto il mondo e vengono quindi tradotte anche in italiano; questo è
un processo di selezione delle notizie che è sia diretto, e deriva da scelte
anche semplicemente strategiche commerciali, sia automatico.
La notizia che si è diffusa
rapidamente in tutto il mondo è la notizia di una azione di polizia che viene
descritta come molto incisiva: “Arrestato “Rodrigao” il capo dello
spaccio della zona sud di Rio in Brasile. Irruzione nelle favelas, duro colpo
al narcotraffico, 2.000 tra poliziotti e commandos brasiliani hanno fatto
irruzione in due agglomerati urbani di Rio de Janeiro controllati dai
trafficanti. Gli agenti hanno effettuato controlli a tappeto in vista degli
appuntamenti che vedranno Rio al centro dell'attenzione mondiale: i mondiali di
calcio 2014 e le Olimpiadi del 2016. La zona è definita crackolandia, da “crack”,
un sottoprodotto della lavorazione della cocaina. Con elicotteri, blindati,
centinaia di agenti, sono bastati poco più di dieci minuti alle forze
dell'ordine per prendere il controllo di due agglomerati di favelas tra le più
violente di Rio de Janeiro, Manguinhos e Jacarezinho, nel nord della metropoli
carioca, regno dei signori della droga. Un'operazione condotta ieri all'alba - si
parla di questo fine settimana - e seguita in serata da un altro duro colpo
inferto al narcotraffico con l'arresto di Rodrigo Belo Ferreira, 30 anni,
conosciuto come Rodrigao, ritenuto il nuovo capo dello spaccio di droga nella
favela di Rocinha. Nella zona sud di Rio poco prima delle 5, agenti e membri
delle forze speciali della polizia militare e civile, accompagnati da elicotteri
dell'Esercito e da blindati della Marina, hanno occupato, pare senza colpo
ferire, in tutto cinque baraccopoli, finora controllate dai narcotrafficanti:
oltre a Manguinhos e Jacarezinho, Mandela 1 e 2, e Varginha. Come accaduto in
altre operazioni di questo tipo – ci riporta la notizia, che ho trovato sia su
La Stampa che sul sito di GR RAI - che sono sempre state annunciate in
anticipo, proprio per cercare di evitare confronti a fuoco, i narcos sono
fuggiti prima dell'irruzione dei soldati. Per ostacolare il raid, dentro gli
strettissimi vicoli delle favelas, i narcotrafficanti avevano innalzato barricate
di cemento, che sono però state demolite grazie all'uso di scavatrici
meccaniche. Sono stati fermati e condotti alle comunità di recupero oltre 110
tossicodipendenti. Dopo la “pacificazione” dei complessi di Penha e Alemao – a
seguito di uno spettacolare blitz, avvenuto nel novembre 2010, che costrinse
decine e decine di banditi a una precipitosa fuga, ripresa dalle telecamere di
mezzo mondo - Manguinhos e Jacarezinho erano diventate il principale
nascondiglio dei trafficanti della regione. In particolare, erano state scelte
come nuovo quartier generale dagli appartenenti alla temuta fazione criminale
Comando Vermelho, nota per la brutalita' e la spregiudicatezza delle azioni. La
zona, infatti, era considerata così pericolosa da essere ribattezzata la “Striscia
di Gaza” carioca, per via degli intensi e ripetuti confronti tra poliziotti e
banditi. Ora, anche su questo territorio, dove il terrore regnava sovrano,
verranno montate le UPP, Unità di Polizia Pacificatrice, ideate come speciali
caserme permanenti. Attualmente, a Rio, sono state installate in tutto 28 UPP.
L'occupazione delle favelas di Rio da parte di soldati e agenti speciali è
iniziata alla fine del 2008 nell'ambito della strategia di sicurezza messa in
pratica dal governo locale in vista dei Mondiali del 2014 e delle Olimpiadi del
2016”.
Quindi vediamo come anche in
questo caso venga magnificata un’operazione come un grandissimo colpo al
narcotraffico, quando in realtà li hanno avvertiti prima, e perlomeno i capi più
importanti hanno avuto maniera di scappare, hanno arrestato un capo di
medio/basso livello, e con 2000 poliziotti hanno portato 110 tossicodipendenti
in comunità di recupero, un risultato davvero limitato, risibile, e tutto
questo oltre ad essere costato sicuramente una cifra alta, viene sbandierato in
tutto il mondo come un’azione di tutela della sicurezza e di grosso colpo al
narcotraffico, mentre appare evidente che tutta questa rilevanza della notizia
non esiste; un’operazione di facciata.
Arrivando all’Africa, sempre su
La Stampa, domenica, è uscito un articolo dedicato alle infiltrazioni di Al
Quaeda in Somalia, con un ritratto dei conflitti che oppongono un esercito più
o meno regolare a gruppi armati irregolari, una situazione che è comune in
molti paesi africani, e sulle infiltrazioni di Al Qaeda in tali gruppi; si
dice, nell’articolo, che i capi pagano gli uomini in cibo, armi e qat, una
pianta stupefacente, diffusa localmente. ma non si approfondisce il nesso fra
il narcotraffico, come fonte di finanziamento,
e le altre attività. Abbiamo visto invece come seguendo le rotte del
narcotraffico ci si imbatte regolarmente nel traffico di armi, di esseri umani
clandestini, e nel cosiddetto terrorismo. La commistione tra traffico di coca e
gruppi armati latino americani per esempio o fra l’eroina afghana e le vicende
politiche internazionali mostrano questa evidenza, come hanno affermato, tra gli altri, Karzari, Zardari e Panetta. Il traffico di droga, armi, esseri umani, e
il terrorismo si configura, sociologicamente parlando, come campo di dominio
strutturato, organizzato, e con ogni probabilità centralizzato. Ad affermarlo,
questa settimana, anche il ministro degli esteri della Mauritania, come riporta
il The North Africa Post del 15 ottobre:
“ La Mauritania è sempre più preoccupata per la minaccia terroristica crescente
nel Sahel che è diventato un paradiso sicuro per la criminalità organizzata e
le reti terroristiche; queste preoccupazioni sono state recentemente esposte,
prima della 67^ sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal ministro
degli Esteri della Mauritania Hamadi, che ha avvertito che la regione del Sahel
è diventato "un rifugio sicuro per le reti della criminalità organizzata
di tutti i tipi - il traffico di droga, armi, munizioni, compresa la tratta di
esseri umani, l'immigrazione clandestina e, in particolare, il terrorismo.
"
La decisione di istituire il
Centro delle Nazioni Unite per la lotta contro il terrorismo (UNCCT) si è
concluso nel 2011 come il risultato di un accordo tra l'Arabia Saudita, che ha
impegnato 10 milioni di dollari al progetto, e le Nazioni Unite - un progetto
che si spera sia coordinato con le agenzie sui narcotici - e ciò è stato
confermato dal presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré, il mediatore
principale della crisi.
La principale minaccia
terroristica nella regione viene ora da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI),
che ha preso il controllo sul nord del Mali lo scorso marzo, e sugli aeroporti,
basi militari, centri di formazione e discariche di armi situate nel territorio,
alimentando i timori che il Mali settentrionale possa diventare un nuovo
santuario per i jihadisti. Questo gruppo, l’ AQMI, si è diviso internamente e
da una di queste scissioni si è fondato il Movimento per l'Unità del Jihad
nell'Africa Occidentale, MUJAO, che nei mesi seguenti alla crisi del Mali ha
nidificato a Gao, una città situata nella parte orientale del Mali, quella che
guarda alla frontiera con il Niger; Gao, dove è stato distrutto il mausoleo di
Sheik Al Kebir, è stata soprannominata nel corso degli anni 2000 Cocaineville,
e numerosi articoli sono usciti nel corso degli anni descrivendo come si fosse
formata una parte della città intorno alle residenze di narcotrafficanti e
indotto. Cocaina che arriva sì dalla Costa d’Avorio ma anche dalla Guinea Bissau,
altro paese che ha conosciuto una profonda crisi nella quale ha influito il suo
ruolo di paese di transito di migliaia di tonnellate di cocaina.
Sempre il North Africa Post ci
informa sulla Conferenza che si è tenuta in settembre, una conferenza
ministeriale interregionale per l’armonizzazione delle legislazioni di numerosi
Stati dell’ Africa dell’ ovest in materia di lotta alla droga, in Senegal. “La
conferenza trae la sua importanza dal contesto di insicurezza della regione,
dove il traffico di droga serve ad alimentare le attività dei ribelli e di
gruppi terroristici di tutti I tipi. Ai partecipanti è stato ben presto chiaro
che la formazione specialistica dei giudici, dei procuratori e delle forze dell’ordine
è uno dei mezzi indispensabili per lottare al meglio contro questo flagello.
Nel caso del Senegal, questo si nota in modo evidente: magistrati senegalesi
spesso non hanno una formazione sufficiente quando si tratta di occuparsi di
criminalità organizzata transnazionale, come accade sempre nel caso del
traffico di droga in quella zona; la tendenza dei magistrati a trattare questo
genere di casi sulla base delle regole del diritto comune, troppo limitate nei
tempi e nelle procedure, fa sì che i giudici non vadano abbastanza a fondo
nelle loro indagini. In genere si limitano alle conclusioni delle inchieste
della polizia giudiziaria. E’ apparso quindi evidente che una lotta più
efficace contro il traffico di droga attraverso le frontiere debba passare per
un coordinamento fra i sistemi giudiziari dei paesi coinvolti. La conferenza
così ha previsto che la legislazione senegalese sia resa conforme con quella
degli altri paesi vicini. La Conferenza di questa settimana è stato un modo per
il Senegal di fare un bilancio, due anni dopo una prima conferenza simile a Dakar,
sulla messa in opera di strumenti di lotta contro il traffico di droga. Il
Ministero degli interni, tramite il CILD, Comitato Interministeriale per la
Lotta alla Droga, propone un programma che comprende un incremento della
sorveglianza delle frontiere terrestri, marittime e aeroportuali insieme a Capo
Verde, Gambia, Repubblica di Guinea, Guinea Bissau, Mali, Mauritania e Niger”.
Altre agenzie ci informano che, sempre in settembre, “il Segretario Generale
dell’ONU ha convocato, a New York, una Riunione di alto livello sul Sahel, nel
corso della quale gli Stati e le organizzazioni regionali e internazionali
hanno sostenuto l’elaborazione di una strategia regionale integrata delle
Nazioni Unite per il Sahel ed espresso la loro determinazione ad appoggiare il
pieno ristabilirsi dell’ordine costituzionale in Mali, oltre che la sua
integrità territoriale. I partecipanti alla Riunione hanno riconosciuto la
natura “complessa, multidimensionale e transfrontaliera” delle minacce che deve
affrontare la regione del Sahel, cioè la proliferazione del traffico di armi, l’accresciuta
presenza di gruppi terroristici, il traffico di esseri umani, il narcotraffico”.
Vediamo dunque come le
istituzioni si mobilitino per una strategia comune a distanza di almeno 10 anni
dall’inizio dell’invasione, da parte del narcotraffico di cocaina, e
dell’incremento, da parte di quello dell’eroina, delle rotte africane; una
invasione segnalata fino dai primi anni 2000 dagli osservatori di tutti il
mondo, ma che ha atteso di risalire alla cronaca fino al ritrovamento, in Mali,
nel 2009, di un Boeing con a bordo 10 tonnellate di cocaina. Da lì
avrebbe dovuto risalire il Sahara, diretta in Egitto, nascosta in un convoglio
di pick up 4×4, poi verso la Grecia e i Balcani fino a arrivare nel cuore
dell’Europa. C' è il fondato sospetto - come disse allora il responsabile Onu
per la lotta alla droga, Antonio Maria Costa - che il carico sia stato passato
a un gruppo di terroristi di Al Qaeda attivi nel Sahel, una fazione algerina in
affari con i contrabbandieri. Gli islamisti forniscono supporto e impongono una
tassa di transito: quasi tremila euro per ogni chilogrammo di cocaina. Sempre
secondo le fonti delle Nazioni Unite i criminali disporrebbero di una decina di
aerei, tra questi alcuni Boeing 727, 707 e DC9. In alternativa usano piccoli
jet - i Gulfstream II - e bimotori a elica. Nel luglio del 2008,
per esempio, è stato confiscato un Cessna 441 in Sierra Leone: volava con le
insegne della Croce Rossa e nel medesimo periodo, in Guinea Bissau, è stato
sequestrato un Gulfstream noleggiato - si fa per dire - dal cartello di Sinaloa.
In effetti, osservando le mappe
delle rotte del narcotraffico, che siano le mappe istituzionali, delle agenzie dell’ONU,
o della DEA, oppure quelle che vengono tracciate da chi se ne occupa ( ho già
segnalato come le varie realtà missionarie siano informate e costituiscano
fonti autorevoli su questo tema), si vede come esistano punti di ingresso
definiti, per l’eroina, dall’Asia verso la Nigeria, per la cocaina, tra Costa d’Avorio, Benin
e Guinea Bissau, da dove arriverebbe dal
Sudamerica a bordo di piccoli e medi carghi sia navali che aerei, ma anche dall’
estremo sud dell’Africa. Risalendo poi il continente, nell’ultimo decennio la
scia della rotta dal sud si è tirata dietro una impennata di consumi di cocaina
e derivati in tutta l’Africa, favorendo oltre alla corruzione politica e delle
forze armate, i guadagni delle criminalità organizzate locali, la violenza sociale
e la diffusione di HIV e AIDS. Molte delle rotte convergono su quello che un
tempo si chiamava il ventre molle dell’Africa, una zona scarsamente popolata e
in gran parte fuori dal controllo degli enti sovranazionali e dal diritto
internazionale. Una zona dove si scambiano accordi criminali e scambi illeciti
senza alcun controllo se non quello che i vari gruppi esercitano fra di loro.
Una revisione delle leggi sulle droghe non sarebbe forse risolutiva, ma, come
si può argomentare in piccolo, rispetto alle mafie locali dei vari paesi,
obbligherebbe la criminalità organizzata a elaborare nuove strategie e a
riconvertire gli investimenti.
15/12/12
Assemblea del 15 dicembre 2012 / Esito
Cariche elette:
Segretario - Claudia Sterzi
Tesoriere - Vincenzo Vitulli
Presidente - Sabrina Gasparrini
Presidente Onorario - Mina Welby
MOZIONE GENERALE
Dà mandato ai suoi organi dirigenti:
di organizzare, per l’inizio della
primavera 2013, un incontro con gli altri gruppi antiproibizionisti italiani
allo scopo di costituire un comitato referendario per la modifica della legge
Fini Giovanardi;
di stringere rapporti e scambi con i
gruppi antiproibizionisti europei, e di interessarsi concretamente alla
possibilità di creazione di un social cannabis club italiano, sul modello di
quelli spagnoli e francesi;
di studiare la possibilità di
sottoporre al finanziamento, pubblico o privato, progetti sia sul livello
locale che su quello internazionale;
di sviluppare la presenza telematica
dell’ Associazione, a scopo di informazione e di coordinamento fra le realtà antiproibizioniste
esistenti.
Roma, 15 dicembre 2012
28/11/12
Global Commission / Rapporto 2012 / pag. 9
L’applicazione delle leggi sulle droghe ostacola la terapia
antiretrovirale, facilitando così la trasmissione di HIV.
Oltre a incentivare l’uso condiviso di siringhe e altri
comportamenti a rischio per l’HIV, gli strumenti punitivi associati all’applicazione
delle leggi sulle droghe ostacolano la realizzazione dei test e del trattamento
dell’HIV. Ci sono varie modalità attraverso le quali la criminalizzazione dell’uso
di droghe può rendere difficile o impedire l’accesso alle terapie essenziali
necessarie per i consumatori di droghe infettati con l’HIV. Tali ostacoli al
trattamento comprendono lo stigma e la discriminazione all’interno del sistema sanitario,
il diniego di ricevere servizi, la violazione della privacy, la imposizione
del requisito di essersi disintossicato come condizione per il trattamento e l’uso
dei registri che portano fino alla negazione di diritti fondamentali come la
custodia dei minori e il lavoro (23). Come risultato, le ricerche hanno dimostrato
più volte che fra i consumatori di droghe si trovano tassi molti bassi di terapia
antiretrovirale e tassi più alti di morte per AIDS (24).
Le strategie politiche punitive correlate con l’applicazione
delle leggi sulle droghe hanno inoltre implicazioni più ampie sulla salute
pubblica. In particolare, sappiamo che la terapia antiretrovirale riduce la
quantità del virus dell’immunodeficienza umana circolante nel sangue e nei
liquidi sessuali, e recenti prove cliniche hanno dimostrato che questo effetto
riduce anche i tassi di trasmissione dell’ HIV. Di conseguenza, molti organismi
internazionali e programmi nazionali per l’HIV hanno cambiato recentemente il
loro approccio considerando come il "trattamento come prevenzione"
sia una strategia centrale per l’HIV e l’AIDS (25 - 28). Questo cambiamento ha importanti implicazioni
nella progettazione della risposta mondiale all'HIV e all’ AIDS e sottolinea
ulteriormente l'impatto che può avere la sanità pubblica nel garantire
l'accesso al trattamento per l'HIV a tutti i segmenti della popolazione, comprese
le persone che si iniettano droghe.
Tuttavia, numerosi studi hanno dimostrato che le misure punitive
relative all' applicazione delle leggi sulle
droghe e la frequente carcerazione dei consumatori di droghe generano
difficoltà di accesso ai test e alle terapie per l’HIV, e contribuiscono all’
interruzione del trattamento per l'HIV già iniziato (29). Ad esempio, un recente
studio canadese ha dimostrato che quanto maggiore è il numero di volte che un
individuo infettato con HIV è incarcerato, minore è la probabilità che quella
persona segua una terapia antiretrovirale (30). Allo stesso modo, uno studio condotto
a Baltimora Baltimora su pazienti affetti
da HIV ha fatto emergere che anche brevi periodi di detenzione sono associati
con un rischio doppio di condivisione di aghi e un rischio sette volte maggiore
di trasmissione (31). Il fatto che le misure repressive associate all'applicazione
delle leggi sulla droga spesso interrompano le terapie per l’HIV, facilitando l’instaurarsi
di una resistenza ai farmaci e aumentando il rischi di infezione, deve essere ancora affrontato in modo adeguato
nell’ambito delle strategie di prevenzione nazionali e internazionali (27,28). In
realtà, il "trattamento come prevenzione" e le nuove strategie di
prevenzione, come ad esempio l’ espansione dell'uso della profilassi
pre-esposizione con farmaci antiretrovirali, sono raramente presi in
considerazione o discussi dalle autorità come risposta contro l'HIV per i
consumatori di droghe iniettabili.
(Foto: Le medicine per i pazienti sono allineate per la
distribuzione nel reparto per l’ HIV e l’AIDS al Yuan Hospital di Pechino, 1
dicembre 2011. Secondo quanto dichiarato dai media statali, che hanno citato
funzionari della Sanità, il numero di nuovi casi di HIV e AIDS in Cina è cresciuto a dismisura, con tassi di
infezione in aumento tra gli studenti universitari e gli uomini più anziani. Il
Centro cinese per il Controllo e Prevenzione ha pubblicato cifre che mostrano 48.000
nuovi casi in Cina nel 2011, ha detto l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Il
governo cinese è stato inizialmente lento nell’ammettere il problema dell'HIV e
dell’ AIDS negli anni ‘90. Reuters / David Gray)
Riferimenti bibliografici:
23
Wood E, Kerr T, Tyndall MW, Montaner JSG. A review of barriers and facilitators
of HIV treatment among injection drug users. AIDS, 2008; 22(11):
1247-1256.
24
Mathers BM, Degenhardt L, Ali H, et al. HIV prevention, treatment, and
care services for people who inject drugs: a systematic review of global,
regional, and national coverage. Lancet, 2010; 375(9719): 1014-1028.
25
Cohen MS, Chen YQ, McCauley M, et al. Prevention of HIV-1 infection
with early antiretroviral therapy. N Engl J Med, 2011; 365(6): 493-505.
26
Wood E, Kerr T, Marshall BD, et al. Longitudinal community plasma HIV-1
RNA concentrations and incidence of HIV-1 among injecting drug users:
prospective cohort study. BMJ, 2009; 338: b1649.
27
National HIV/AIDS strategy for the United States (2010). http://www.
whitehouse.gov/sites/default/files/uploads/NHAS.pdf.
28
UNAIDS. The treatment 2.0 framework for action: catalysing the next
phase of treatment, care and support. http://www.unaids.org/en/media/
unaids/contentassets/documents/unaidspublication/2011/20110824_
JC2208_outlook_treatment2.0_en.pdf.
29
Small W, Wood E, Betteridge G, Montaner J, Kerr T. The impact of incarceration
upon adherence to HIV treatment among HIV-positive injection
drug users: a qualitative study. AIDS Care, 2009; 21(6): 708-714.
30
Milloy MJ, Kerr T, Buxton J, et al. Dose-response effect of incarceration
events on nonadherence to HIV antiretroviral therapy among injection
27/11/12
Notizie dal fronte della war on drugs - Asia - 27/11/2012
Traccia della trasmissione andata in onda su Radio Radicale il 27/11/2012
![]() |
| La Prima Guerra dell'Oppio (1839-1842) |
Tornando in Asia, è uscito il rapporto dell'Ufficio Onu per
il controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, stando a quanto si legge
i consumatori di oppiacei in Asia Orientale e nel Pacifico rappresentano oggi
circa un quarto di quelli mondiali. Dal sito ADUC, che riporta la notizia: La
coltivazione di oppio è raddoppiata negli ultimi sei anni nel Sud-est asiatico
a fronte della crescente domanda di eroina in Cina e nel resto della regione,
che ha spinto gli agricoltori di Birmania e Laos aumentare il prodotto. La Cina ha da sola oltre un milione di
consumatori di eroina ed è il Paese che consuma più droga nella regione. A
fronte dell'aumento dei prezzi, la superficie di terra dedicata alla
coltivazione di oppio è così aumentata del 66% nel Laos, toccando i 6.800
ettari, e del 17% in Birmania, che con i suoi 51.000 ettari rappresenta il
secondo produttore mondiale di oppio dopo l'Afghanistan.
"Complessivamente, la coltivazione del
papavero di oppio è raddoppiata nella regione dal 2006", si sottolinea nel
rapporto, nonostante le autorità locali di Laos, Birmania e Thailandia abbiano
riferito della distruzione di quasi 25.000 ettari di coltura avvenuta nel corso
del 2012. L'Onu stima in 431 milioni di dollari (circa 330 milioni di euro) il
valore dell'oppio prodotto nel 2012 da Laos e Birmania, pari a un terzo in più
dell'anno precedente. Ed è aumentato anche il numero delle persone coinvolte
nella coltivazione, pari a 38.000 in Laos e 300.000 in Birmania.
Secondo l'Onu, questa situazione mostra che i contadini
birmani, concentrati soprattutto nello Stato Shan, nel nord-est, potrebbero
abbandonare la coltura dell'oppio se venisse offerta loro un'alternativa.
"I contadini
sono molto vulnerabili alle perdite di reddito dovute all'oppio, specialmente
quelli che dipendono da tale fonte di reddito per la propria sicurezza
alimentare - si legge nel rapporto - inoltre, la coltivazione dell'oppio è
generalmente legata all'assenza di pace e di sicurezza, andando così a indicare
la necessità di soluzioni sia politiche che economiche".
La Birmania ha messo
a punto un piano di 15 anni per sradicare l'oppio entro il 2014, ma lo studio
Onu, basato su ricerche condotte attraverso il satellite, con elicottero e sul
terreno, paiono indicare che l'obiettivo non sarà raggiunto. A settembre, gli
Stati Uniti hanno tenuto la Birmania, che ha avviato una serie di riforme
politiche dopo decenni di regime militare, nella sua "lista nera" per
traffico di droga,
E quanto il problema sia percepito nel Sud est asiatico, e
in Cina lo dimostra una notizia che si trova anche sui giornali europei, e
quindi, su Vanity Fair: “Festival di Roma, la Cina rompe il tabù: è Drug War
(in salsa pulp). Eroina e metamfetamine scorrono a fiumi, ma finora era vietato
parlarne. Ci pensa il maestro Jhonnie To con La guerra della droga, in
concorso. Un poliziesco con finale a sorpresa che farebbe reinnamorare
Tarantino Secondo film a sorpresa al Festival di Roma, arriva al Festival
Internazionale del Film 2012 l'hongkonghese Johnnie To, re del noir d'Oriente,
con Duzhan (Drug War, La guerra della droga), in concorso .Il tema? La droga
scorre a fiumi. Dov'è la novità? Che se ne parla, perché in Cina il problema è
ancora un tabù che ha dovuto scavalcare gli ostacoli non semplici della censura
- Da noi tutti i film devono passare al vaglio prima e dopo le riprese - racconta
il regista 57enne - Le regole non sono chiare, non sai mai come andrà a finire.
Così quando hai un dubbio è sempre meglio girare una seconda versione. Alla
fine però hanno chiesto pochi tagli. Quali? Per esempio da noi è vietato far
vedere un poliziotto che picchia qualcuno - I tossicodipendenti censiti dalla
polizia in Cina sono oltre un milione. Le cifre reali molto più alte. Non solo
per l'eroina, il Paese è il primo produttore al mondo di metamfetamine ( come
Shaboo o Speed). E la guerra alla droga è diventata una delle prime emergenze
sociali e di ordine pubblico. Tanto che è prevista la pena di morte per chi
produce più di 50 grammi di droga - Nemmeno la pena di morte spaventa davvero
chi ha scelto quella strada - conclude Johnnie To - Il potere dei soldi è
troppo forte, si è disposti a rischiare la vita propria e degli altri. Quando
ero giovane io bisognava darsi da fare per mettere in tavola ogni giorno il
cibo. Oggi la vita per i giovani è troppo facile, non hanno sfide da
affrontare. E le droghe ti danno l'illusione di essere qualcuno”.
Della cosa parla anche il Messaggero “E’ la prima volta che
il maestro originario di Hong Kong monta un set nella Repubblica Popolare. Ed è
anche la prima volta che un film cinese affronta il tema della droga con il
beneplacito della censura - Abbiamo ricevuto il nulla osta senza difficoltà,
malgrado in quel Paese la droga sia un argomento ancora tabù. Eppure il
problema del narcotraffico esiste anche in Cina - dice Johnny - Ogni anno, per
colpa degli spacciatori, muoiono migliaia di persone, compresi i poliziotti
impegnati in prima linea contro la diffusione di stupefacenti. Ho girato Duzhan
per mostrare la differenze del sistema penale: a Hong Kong i trafficanti
finiscono in galera, in Cina davanti al plotone di esecuzione –“.
Conclude, Vanity Fair: “Un film già visto, discorsi già sentiti? Sì, in Occidente tra gli anni '70 e '80. Ora tocca anche alla Cina affrontare, anche al cinema, uno dei tanti tragici corollari del boom economico e del benessere”.
Conclude, Vanity Fair: “Un film già visto, discorsi già sentiti? Sì, in Occidente tra gli anni '70 e '80. Ora tocca anche alla Cina affrontare, anche al cinema, uno dei tanti tragici corollari del boom economico e del benessere”.
Quindi se l’ONU riferisce che “, la coltivazione dell'oppio
è generalmente legata all'assenza di pace e di sicurezza”, leggiamo qui invece
una spiegazione socioeconomica del consumo, come se la crescita del consumo di
droghe in Cina fosse solo una conseguenza dello sviluppo economico e non delle
trame guidate dagli interessi miliardari delle rete del narcotraffico mondiale.
La volta precedente, seguendo le rotte del narco traffico
dall’Afghanistan verso est, abbiamo visto come l’operazione Atlantics, messa in
atto dalla Sicurezza del Kazakistan, quella che si vanta di aver stroncato
quattro canali internazionali di narcotraffico dal Sudamerica verso l’Asia,
abbia visto operazioni che si sono svolte in Cina. Ma se la Cina deve importare
la cocaina dal Sudamerica, non ha certo bisogno di importare oppio, visto che
ne produce tradizionalmente. E qui dopo la cultura ci vuole anche un po’ di
storia, per ricordare che in Cina si è svolto, nella metà dell’ 800, il prologo
alla moderna war on drugs; le due guerre dell’oppio che hanno contrapposto
l’Impero cinese della dinastia Qing al Regno Unito, guerre che hanno
intrecciato protezionismo commerciale e proibizionismo legislativo, e che hanno
segnato tutta la successiva storia regionale e mondiale. Portogallo, Spagna e
Inghilterra iniziarono ad esportare oppio dalla Cina in Europa fino dal XVI
secolo; le politiche protezioniste cinesi, che limitavano fortemente
l’importazione con dazi molto esosi, spinsero la produzione e il commercio
dell’oppio, con un conseguente e tragico aumento del consumo locale, che
indusse il Celeste Imperatore a proibire, nel 1729, vendita e consumo di oppio.
La Compagnia delle Indie continuò tuttavia ad aumentare il suo business
dell’oppio, e quando gli inglesi conquistarono anche il Bengala acquisirono una
posizione di monopolio anche sulla produzione, e penetrando il mercato cinese.
Il trattato di Nanchino, che concluse la prima guerra dell’oppio nel 1842, garantiva ai britannici l'apertura di alcuni porti (treaty ports), tra cui Canton e Shanghai, il libero accesso dell'oppio e
degli altri loro prodotti nelle province meridionali con basse tariffe doganali
e stabiliva la cessione della città di Hong Kong all'impero inglese. Nei treaty
ports gli inglesi potevano risiedere e godevano della clausola di
extraterritorialità (potevano essere portati in giudizio solo davanti a loro
tribunali consolari). Questo trattato dimostra la valenza economica e politica
che fino da allora avevano gli accordi sul commercio, o traffico, di droghe.
Quindi, come ci ripete anche Atlas, che riporta il rapporto
UNU, i consumatori di oppiacei in Asia orientale e sul versante Pacifico
rappresentano oggi un quarto del totale mondiale, da sola, “la Cina registra
oltre un milione di eroinomani e consuma i maggiori quantitativi di droga della
regione. Il Myanmar ha seguito un piano quindicinale per l’eradicazione
dell’oppio entro il 2014, ma l’UNODC, che si serve di immagini satellitari,
aeree e indagini sul campo, sostiene che il termine prefissato dovrà
necessariamente slittare di alcuni anni”.
Anche se, come diceva la notizia ADUC, “a settembre, gli
Stati Uniti hanno tenuto la Birmania, che ha avviato una serie di riforme politiche
dopo decenni di regime militare, nella sua "lista nera" per traffico
di droga, accusandola di aver "chiaramente fallito" nella lotta al
narcotraffico”, a distanza di due mesi il Presidente degli Stati Uniti Barack
Obama ha iniziato il suo tour di tre giorni in Asia con una visita in
Thailandia, dove ha discusso una serie di questioni, compreso il terrorismo, il
commercio, e il controllo del traffico di droga con il Primo Ministro
Shinawatra. Subito dopo Obama si è recato un Birmania, e la questione viene
approfondita sul sito The News International: “Gli Stati Uniti sono per la
Thailandia il secondo partner commerciale dopo il Giappone, e gli investimenti
americani verso l'interno sono stimati a $ 21 miliardi. L’ altra faccia della
questione, per un’ulteriore collaborazione è il traffico di droga”. Entrambi i
paesi, dice l’articolo, “hanno collaborato alla guerra del terrore, e la visita
di Obama è probabilmente anche lo scopo di aggiungere un contrappeso
all'influenza cinese nella regione”. E, a proposito della Birmania, “Obama ha
chiarito che vede il Myanmar come un work in progress, più che un lavoro
finito. I rapidi cambiamenti degli ultimi due anni hanno ridotto, ma non
eliminato i livelli di brutalità utilizzati dal regime che è ancora gestito dietro le quinte dai militari. Obama ha
parlato a Rangoon per 30 minuti, concentrandosi soprattutto sulla sua visione
di prosperità e democrazia del Myanmar. I legami tra gli Stati Uniti e gli
stati dell'ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico fondata nel
1967) stanno per venire alla ribalta, e la lotta tra l'America e la Cina per
influenza regionale può ora essere veramente coesa e positiva”.
Una visione quindi di futuro luminoso per la Birmania
qualora accettasse di rafforzare il ruolo degli Stati Uniti nella regione,
giocato anche sulle note degli accordi per la guerra alla droga; d’altronde non
è che in Cina, e in tutto il sud est asiatico, si abbia la mano leggera con la
war on drugs, abbiamo visto come si affronti la cura della tossicodipendenza e
la diffusione dell’AIDS senza altro metodo che non i campi di rieducazione e
lavoro, i laogai, dove i tossicodipendenti vengono sottoposti a lavori forzati,
torture e abusi, e come siano appiicate pene severissime fino alla pena di
morte per lo spaccio.
Per completare l’informazione, e per non trascurare altri
punti di vista per quanto ideologicamente connotati, voglio riportarvi la non
tanto fantasiosa, ma limitata interpretazione, o almeno io la ritengo tale, che
la Far News Agency, sedicente agenzia leader indipendente iraniana, fa del
ruolo dell’ Intelligence statunitense nella vicenda dell’oppio afgano. Un
particolare curioso è che la agenzia iraniana riprende notizie da un sito di
Veterani statunitensi, Veterans Today: “ La CIA incrementa il commercio afgano
di eroina. La Central Intelligence Agency (CIA) ha rafforzato il commercio
dell'eroina in Afghanistan, il numero di tossicodipendenti da eroina negli USA
è aumentato del 50 per cento durante la presenza in questo paese degli Stati
Uniti , dal 1982 al 1992. La CIA aveva
creato un triangolo d'oro di signori della guerra di eroina nella regione per
il commercio e traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti da Afghanistan e
Pakistan. Dal 1982 al 92, la stazione della CIA a Islamabad era diventato il
più grande centro di narcotraffico di tutto il mondo. Non è un caso che la
Golden Crescent (una eroina prodotta nella mezzaluna d’oro) abbia superato ben
presto l'eroina del Triangolo d'Oro, proprio mentre la CIA stava lanciando la
sua più grande operazione dai tempi del Vietnam. L’ eroina Golden Crescent ha
catturato il 60 per cento del mercato statunitense. Dal 1982 al 1992, più o
meno il periodo di coinvolgimento degli Stati Uniti in Afghanistan, la dipendenza
da eroina negli Stati Uniti è aumentato del 50 per cento. Dal 1982 al 1983,
lungo i confini dell'Afghanistan con il Pakistan il raccolto di oppio è raddoppiato. Nel 1984, il Pakistan esportava
il 70 per cento dell'eroina mondiale. Durante l'era dell'ex presidente Zia
ul-Haq, il Pakistan è diventato il terzo più grande beneficiario di un aiuto
militare degli Stati Uniti nel mondo, dietro solo Israele ed Egitto. La maggior
parte di questi aiuti è andata a armare i mujaheddin afghani Nel mese di settembre 1985, il Pakistan
Herald che i camion militari appartenenti alla Cellula logistica nazionale
dell'esercito del Pakistan erano utilizzati per il trasporto di armi da
Peshawar a Karachi per conto della CIA,
e che erano quelli stessi camion che ritornavano a Karachi protetti dai
militari pakistani e riempiti di eroina”.
Le accuse sono molto precise ma non dimostrate, e con
questo dalla war on drugs per oggi è
tutto.
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