04/01/13

Associazione radicale antiproibizionisti - Fatti per voi, fatti per noi

Stasera, venerdì 4 gennaio 2013, alle 22.30. su www.liberi.tv, inizia il nuovo anno di Leggera Euforia, il programma più antiproibizionista che ci sia; notizie dal mondo antiproibizionista, aggiornamenti dalla war on drugs, chat in diretta, politica e fantasia :)

03/01/13

Notizie dal fronte della war on drugs - Africa - 11 dicembre 2012

Traccia della trasmissione andata in onda su Radio Radicale il 11/12/2012



Come dicevamo altre volte, e come abbiamo visto in molte parti del mando, dalla mezzaluna d’oro asiatica ai territori andini, emerge anche nel continente africano  l’identificazione di quelli che gli stati uniti chiamano “king pin”, cioè i cosiddetti signori della droga, con gruppi terroristici e rivoltosi, fra narcotrafficanti e contrabbandieri di armi. Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento sospetto di Al Qaidi nel Maghreb Islamico (AQIM) e del gruppo islamico terrorista della Nigeria, Boko Haram, che potrebbero essere coinvolti nel traffico per finanziare le loro attività, secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla US Drug Enforcement Administration.

Un articolo uscito il 14 novembre, su Meridiani, ci informa della crescente collaborazione fra i vari gruppi terroristici che operano in Africa: “La fitta rete del terrore che innerva l’Africa occidentale mette in connessione i militanti di Boko Haram con i più attivi e minacciosi gruppi fondamentalisti del Sahel e del Centrafrica. Una rete fatta di scambi di conoscenze pratiche, di combattenti addestrati e di un’indefessa opera di intelligence e di condivisione di principi ideologici. Il rischio di una collaborazione più stretta tra Boko Haram (movimento nigeriano), Aqmi (al Qaeda nel Maghreb Islamico), Mujao (Movimento per l’unicità del jihad nell’Africa occidentale), Ansar Eddine (movimento tuareg salafita) e gli Shabaab della Somalia e’ paventato da anni, fin da quando le prime voci sull’addestramento di combattenti nigeriani nei campi maliani, somali e yemeniti iniziavano a circolare fra le autorità. L’accresciuta collaborazione tra gli Stati della regione saheliana nelle operazioni anti-terrorismo ha spinto le organizzazioni fondamentaliste verso un maggiore coordinamento, in modo da sopperire anche all’indebolimento dell’azione coesiva di al Qaeda. L’unione degli sforzi fra i vari movimenti fondamentalisti non tende però alla creazione di un’organizzazione transnazionale, quanto piuttosto al rafforzamento cooperativo dei vari attori locali, riuniti in un vero e proprio network dall’imprevedibile potenza d’impatto”.

Vediamo dunque il coinvolgimento di questi gruppi con il narcotraffico, e iniziamo dal Mujao (Movimento per l’unicità del jihad nell’Africa occidentale), descritto così da un reporter francese sul sito Temps reel: “Grande reporter,  Jean-Paul Mari rientra da Bamako, dove è andato per un reportage per conto del “Nouvel Observateur", al fine di tentare di svelare la realtà del nord del Mali. Quattro organizzazioni controllano il nord del Mali: la più conosciuta e la più minacciosa è AQMI, Al Qaeda nel Magreb Islamico, con il MUJAO, la sua escrescenza mafiosa, specializzata in narcotraffico”.

Sul Globalist L’argomento viene approfondito:  “A un anno dai rapimenti dei cooperanti europei, Il Fronte polisario non riesce a capacitarsi, un anno dopo l'operazione di Tindouf, che il Mujao (Movimento per l'unicità e il jihad nell'Africa occidentale) sia potuto penetrare nei campi profughi l'operazione del sequestro di tre cooperanti a Tindouf non avrebbe potuto realizzarsi senza una complicità all'interno degli accampamenti. Perché i terroristi sono venuti dal Mali, hanno attraversato la frontiera mauritana per entrare in Algeria e raggiungere di notte i campi di Rabbouni. Le autorità sahrawi non negano che ci sia stata una collaborazione con elementi all'interno dei campi. «I narcotrafficanti che si trovano nella zona sono stati utilizzati dai gruppi terroristi al di fuori dei campi per facilitare la penetrazione nei luoghi dove sono stati rapiti gli europei», afferma un alto responsabile della sicurezza del Fronte polisario. «I narcotrafficanti, con la complicità delle guardie militari marocchine, approfittano di passaggi che permettono loro di far uscire la droga con veicoli e di consegnarla ad altri gruppi che arrivano dalla Mauritania e la trasportano verso il Mali», spiega Abdelhay Emmay. il comandante della prima legione della seconda regione militare dei territori liberati del Sahara occidentale. Si tratta di centinaia di brecce aperte momentaneamente e poi richiuse lungo i 2.400 chilometri di muro. Create inizialmente per il traffico di sigarette, poi di droga, poi per l'immigrazione clandestina di africani verso l'Europa, sono utilizzate ora anche per far passare i terroristi”.

Su Le Matin si trova poi un altro approfondimento dal titolo “Sahel, quando la sharia benedisce i narcotrafficanti”. “La connessione tra i gruppi terroristi armati che occupano il nord del Mali e la rete del contrabbando e dei narcotrafficanti è così stretta che sarebbe ingenuo prendere per oro colato la recente dichiarazione del capo terrorista di Ansar Eddine, Iyad Ag Ghali, che ha detto di voler interrompere il contrabbando di droga e di sigarette sul terriotrio di Azawad, che occupa da sei mesi insieme ad Al Qaeda nel Magreb Islamico e al MUJAO. Secondo le informazioni pubblicate questo sabato da diversi siti africani, il capo di Ansar Eddine (mentre due delegazioni stanno seguendo, a Algeri e a Ouagadougou, negoziazioni per l’uscita dalla crisi nel nord del Mali) ha dichiarato a margine della chiusura delle esercitazioni militari organizzate a Kidal, che “il contrabbando è interdetto nell’Azawad”, sottolineando come “tutti i contrabbandieri dispongano di un termine di tre settimane per cessare la loro attività.” Intanto, a Algeri e a Ouagadougou, le sue delegazioni  persistono e firmano. Per Ansar Eddine non si pone la questione se combattere AQMI, “dei musulmani come noi”, ha affermato il capo della delegazione che ha reiterato la sua vicinanza ideologica e militare all’organizzazione di Abdelmalek Droukdel et Mokhtar Belmokhtar , che sono a capo di un importante  rete di narcotrafficanti, rete fondata sul mercato delle sigarette americane Marlboro. Iyad Ag Ghali stesso deve la sua ascesa “politica” alle potenti organizzazioni di narcotrafficanti . che gli hanno permesso di trovarsi in possesso di una immensa fortuna, con la complicità di Algeri e Bamako. La dichiarazione, intervenuta nel corso del dialogo che il suo gruppo porta avanti a Algeri  e a Ouagadougou serve a “moralizzare” in superficie la sharia e ad offrire alle autorità algerine e mauritane un aspetto presentabile, destinato ad una operazione di facciata che non regge davanti alla natura dell’ islamo-gangsterismo di Ansar Eddine. In realtà, dopo la sua occupazione di Timbuctu, dove si continua ad applicare la sharia, non si è fatto altro che attaccare una popolazione senza difese. Sono stati distrutti un certo numero di piccoli commercianti di alcol, proibito il consumo del tabacco in nome della sharia ma non si sono colpiti i grandi trafficanti di droga e di sigarette che sono controllati per conto degli “emiri” algerini di AQMI”.

Dai legami tra narcotrafficanti e terroristi passiamo ora a quelli tra narcotrafficanti e vertici politici; su mali Actualité si descrivono i rapporti fra il Presidente del Mali, deposto nel marzo 2012, Amadou Toumani Touré, e le organizzazioni criminali che gesticono il traffico di cocaina. “Generali dell’esercito del Mali, uomini politici, eletti locali, sono tutti coinvolti in un traffico di droga. Un rapporto ultraconfidenziale dei servizi segreti americani ha da poco rivelato che nove generali del Mali sono stati implicati nel traffico di cocaina nel Sahara. Il barone in capo di questa rete altri non sarebbe che l’ex presidente della repubblica Amadou Toumani Touré. Il coinvolgimento di sua moglie nell’affare “Air Cocaine”, è la prova perfetta dell’esistenza della criminalità organizzata ai vertici del potere. Ma c’è di peggio. Fra il gennaio 2006 e il maggio 2008 sono stati sequestrati 284 chili di cocaina in Europa, all’arrivo di voli provenienti dal Mali, il che situa il paese al quarto posto dell’ Africa dell’ovest. A livello di numero di trafficanti arrestati all’arrivo in Europa, l’aeroporto di Bamako fornisce il secondo contingente dell’Africa occidentale, soprpassato soltanto da quello di Conakry, un piazzamento molto sproporzionato in rapporto all’importanza del traffico aereo tra Mali e Europa. Il rapporto del GRIP (Gruppo di informazione e ricerca sulla pace e sulla sicurezza) non lascia dubbi: il Mali, fuori dalle rotte principali e senza interesse particolare per i passeggeri  è divenuto, così come la Mauritania e il Niger, paese di massiccio transito; i sequestri negli aereoporti europei non sono che la cima di un iceberg di cocaina che va a giro tranquillamente lungo il deserto sahariano. In pieno Sahara, a Tinzaouatine, vicino alla frontiera algerina, 750 chili di cocaina sono stati abbandonati dai contrabbandieri che sono fuggiti attraverso la frontiera algerina; e che dire di “Air Cocaine”, e dei suoi andirivieni quotidiani che non sono di centinaia di chili ma tonnellate. In almeno due casi, alcuni notabili di Gao e di Tarkint erano presenti agli atterraggi, e a Kayes era l’esercito che presidiava   una pista improvvisata per ricevere quattro tonnellate di cocaina. Nelle varie ramificazioni delle inchieste si trovano implicati cittadini marocchini, francesi, spagnoli, del mali e altro. Le autostrade sahariane della cocaina sono già un classico e sottolineano perfettamente i legami esistenti fra i narcotrafficanti latinoamericani, i belligeranti (Polisario, Tuareg, ecc.), gli islamisti di AQMI e i loro adepti, e infine le forze armate e gli attori politici ed economici della regione. Questi ultimi e le forze armate hanno sempre agito nella quasi totale impunità: Georges Berghezan di GRIP sottolinea, in una intervista al quotidiano Libre Belgique che ci sono stai, all’inizio del 2010, numerosissimi atterraggi di trasporti di droga a Kidal, Gao, Timbuctù. Durante l’incidente di Tarkint, secondo l’ambasciata degli Stati Uniti, i servizi segreti del Mali avevano circondato la zona e ai servizi antidroga non è stato permesso l’accesso. Di una dozzina di persone arrestate, la maggior parte sono state già liberate. Le molteplici joint venture fra criminalità organizzata, banditi carovanieri, islamisti trafficanti di esseri umani, uomini di affari, militari, politici, liberatori e altri rivoluzionari, mirano essenzialmente al controllo del traffico di droga. Dietro le rivoluzioni, i colpi di Stato, le liberazioni dei territori, e altre azioni armate, c’è il disegno in filigrana di diverbi, litigi, divisioni, contestazioni e controllo delle vie di un traffico che genera annualmente numerosi miliardi di dollari. La presenza militare USA e francese, decentrata e più che altro costiera, pare perfettamente inefficace, malgrado gli sforzi di un dirigente locale delle forze speciali, Christian Rouyer e di tutta la tecnologia americana. Tanto più che i “barbuti” e gli uomini di affari di questi due paesi giocano spesso su più tavoli e non disdegnano la manna che viene dal cielo latinoamericano”.

Per concludere, leggiamo alcune notizie sul coinvolgimento delle banche africane nel riciclaggio dei proventi di questo vasto traffico. Le banche che operano in Ghana sono stati invitate a intensificare i loro sforzi nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, per scongiurare che il paese sia messo di nuovo nella “black kist”. Parlando alla apertura della filiale Westland della Standard Chartered Bank in Accra, Nicholas Okoe Sai, Advisor della Banca del Ghana (BOG) ha detto che la Banca centrale e altre istituzioni competenti garantiscono che sono state adeguate le normative e sono state prese misure per scongiurare il reinserimento nella “black list”. Le azioni intraprese includono la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e l’ emanazione dei regolamenti anti-terrorismo del 2012. "Non dobbiamo rinnegare le nostre responsabilità, ciò di cui la Banca del Ghana ha bisogno è che  tutte le banche e gli intermediari finanziari forniscano  un'efficace cooperazione e collaborazione", ha detto Sai. Lo scorso febbraio il Ghana era stato messo sulla lista dei paesi che non hanno norme internazionali per prevenire il riciclaggio di denaro. Tuttavia, il Gruppo di azione finanziaria aveva cancellato il Ghana dalla lista nera, citando con soddisfazione le misure adottate dal Centro di informazione finanziaria del paese, dopo il lancio di orientamenti in materia di antiriciclaggio per i vari bracci del settore finanziario delle banche, delle assicurazioni e del mercato dei capitali . Sai ha detto che la rimozione del Ghana dalla lista nera è stata molto incorraggiante e ha esortato le banche a mettere in atto misure per fermare le transazioni illegali. Parlando della ricapitalizzazione delle banche, ha detto che dal 2008 la maggior parte delle banche hanno aumentato il loro capitale al livello minimo richiesto di GH ¢ 60 milioni, tutte, tranne cinque. "Delle cinque banche rimanenti, quattro hanno presentato piani di capitalizzazione credibili".

02/01/13

Notizie dal fronte della war on drugs - Africa - 12 novembre 2012

Traccia della trasmissione andata in onda su Radio Radicale il 12/11/2012






Abbiamo visto come le rotte del narcotraffico portino dai campi di oppio del sud dell’ Afghanistan alle coste di Makran (sul Mar arabico poco ad est del golfo di Oman),  attraverso il Pakistan; i trafficanti trasportano eroina per un valore di circa 20 miliardi l’anno, secondo le stime ONU. Abbiamo visto le rotte che dall’America latina portano cocaina e altro, per via navale ed aerea, in Africa occidentale; un approfondimento, su come l’Africa centrale sia diventata un centro di smistamento, di trattative, un punto nodale del narcotraffico, lo si trova in un articolo pubblicato il 26 ottobre sul Seattle Times: “L'arresto di un nigeriano per presunto contrabbando di eroina mette in evidenza ciò che i funzionari definiscono come il problema crescente del traffico di droga in Africa centrale. La notizia giunge da Douala, una cittadina marittima e centro economico del Camerun: l’arrestato. 28 anni, è apparso in tribunale a Douala, per rispondere alle accuse di traffico internazionale di droga. Fermato  dalla polizia al Douala International Airport poco dopo l'arrivo su un volo Kenya Airways, è stato formalmente accusato di possesso di 7 kg (15 libbre) di eroina e rischia fino a 10 anni di reclusione. Parlando a The Associated Press dalla sua cella  ha negato le accuse, ha insistito che è un ricco uomo d'affari  nigeriano e che ha volato a Bujumbura, Burundi, via Nairobi, Kenya, il 18 ottobre per visitare un amico. "Non so che ha messo la droga nella mia borsa. Non so se è nella mia camera d'albergo in Bujumbura che mi hanno fatto questo. Nella mia vita, non ho mai usato droga. Non so niente di droga. Sono tornato in Camerun per vedere uno dei miei amici, tutto qui, e ora mi trovo in tutto questo casino. E 'una trappola ", ha sostenuto. Nonostante le sue smentite, è solo uno di un numero crescente di sospetti trafficanti di droga, secondo il pubblico ministero e i servizi doganali e di polizia. L'arresto è l'ultimo di una serie in costante aumento negli ultimi mesi che mostrano come il Camerun e l'Africa centrale stiano rapidamente diventando una zona di transito e di mercato per i cartelli della droga del Sud America, secondo il comandante della polizia di frontiera, Biloa. C'è stato un drammatico aumento dei sequestri di cocaina ed eroina, pari a centinaia di chili, secondo i dati della polizia di frontiera e i servizi doganali nei porti aerei e marittimi nella regione. Si tratta di un aumento significativo dai pochi grammi un paio di anni fa. La vicina regione del West Africa è già un affermato punto di transito verso l'Europa per i trafficanti sudamericani, secondo un rapporto pubblicato nel luglio da funzionari dell'Interpol. Secondo loro si conferma che l'Africa Centrale non solo sta rapidamente diventando un passaggio per la droga dal Sud America, ma anche un mercato per il consumo. "Qualche decennio fa, i sequestri erano pari a zero - dice Lawrence Tang Enow, sovrintendente Senior della polizia e Amministratore della Formazione Interpol regionale in Camerun - Dopo qualche tempo, abbiamo iniziato a trovare qualche grammo. Ora abbiamo una situazione in cui l'anno scorso abbiamo sequestrato 140 chilogrammi (308 libbre), solo all'aeroporto internazionale Douala Airport." I rapporti, basati sui dati delle polizie doganali, mostrano una crescita di sequestri di cocaina ed eroina e un crescente numero di arresti di spacciatori. I cartelli sudamericani e i loro complici locali, hanno trasformato l'Africa centrale in un trampolino di lancio per tutta la cocaina per l'Europa, sfruttando le debolezze locali, come i i controlli carenti nei porti, gli scarsi dispositivi di controllo dei viaggiatori  e la corruzione endemica dei servizi doganali. Nel mese di febbraio, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, UNODC, ha stimato che il contrabbando di cocaina in Africa occidentale e centrale genera attualmente circa 900.000 milioni dollari l'anno”.

Come dicevamo anche altre volte, e come abbiamo visto in molte parti del mando, dalla mezzaluna d’oro asiatica ai territori andini, emerge anche qui l’identificazione di quelli che gli Stati Uniti chiamano king pin, cioè i cosiddetti signori della droga, con gruppi terroristici e rivoltosi, fra narcotrafficanti e contrabbandieri di armi. Prosegue infatti l’articolo: “Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento sospetto di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e del gruppo islamico terrorista della Nigeria, Boko Haram, che potrebbero essere coinvolti nel traffico per finanziare le loro attività, secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla US Drug Enforcement Administration.

A proposito della setta islamista Boko Haram, le agenzie riportano come due settimane fa sia stato arrestato un membro del gruppo e come un senatore in carica, Ahmed Khalifa Zanna, e un ex governatore della regione di Borno si gettino addosso la colpa l’un con l’altro di averlo ospitato. Afferma il senatore, che è zio del presunto terrorista islamico arrestato: “Non sapevo che fosse affiliato ai Boko Haram, so solo che era un tossicodipendente”.

"Quando arriva il narcotraffico, influenza la politica dei paesi, delle attività criminali e la corruzione. Si tratta di un problema molto serio - ha detto Conrad Atefor Ntsefor, funzionario Interppol presso l'Ufficio regionale per l'Africa nella capitale del Camerun, Yaoundà”. Secondo lui, i cartelli ricchi e potenti, i cui conti bancari a volte fanno impallidire i bilanci pubblici di alcuni paesi africani, possono facilmente corrompere i funzionari di governo. E appunto oltre al nesso tra narcotraffico e terrorismo, insiste nelle notizie il continuo legame, a volte sospetto, ma più spesso acclarato, tra narcotraffico e alti livelli della politica.

L’ Ufficio dell’ Interpol per L'Africa centrale ha lavorato con la polizia di paesi diversi e con i servizi doganali per unire e coordinare le strategie di intervento, rafforzare le banche dati sui movimenti e le attività dei sospetti e incoraggiare la condivisione tempestiva di informazioni per facilitare la cattura dei narcotrafficanti. Gli sforzi regionali di repressione periodici vengono organizzati congiuntamente in Africa occidentale e centrale e in America latina dall’ organo mondiale delle dogane, dall’ UNODC e dall’Interpol. Tra novembre e dicembre 2011, una sola operazione, messa in scena in 25 aeroporti in West-Africa centrale e in Brasile, ha portato all'arresto di circa 50 indagati, il sequestro di oltre 500 chilogrammi di cocaina, eroina, anfetamine, pistole, medicinali contraffatti, avorio e oltre 3,2 milioni di dollari in contanti.

Su All Africa del  9 novembre, è uscito un articolo che riguarda il crescente consumo di droghe, in Tanzania. Nel paese è aumentato il numero di persone che utilizzano siringhe, Dar es Salaam da sola ha raggiunto un record di 15.000; il segretario di Stato presso l'Ufficio del Primo Ministro, William Lukuvi, ha parlato in conferenza stampa delle tendenze attuali; Lukuvi ha detto che una ricerca condotta nel 2011 ha dimostrato come l'abuso di droga sia aumentato, insieme al rischio di contrarre l'HIV / AIDS. Ha detto che dalla ricerca è emerso che 51,7 per cento dei tossicodipendenti che fanno uso di siringhe sono risultati sieropositivi, costringendo il governo a intensificare gli sforzi nella lotta contro il vizio. Nonostante gli sforzi del governo per porre fine alla piaga, il signor Lukuvi ha osservato che il paese non ha leggi che scoraggino gli spacciatori di droga, notando che il suo ministero prevede di presentare un progetto di legge in Parlamento nel tentativo di rafforzare la guerra contro la droga. "Le leggi esistenti sono troppo deboli per affrontare il problema, visto che il business è redditizio, abbiamo bisogno di leggi che impongano pene severe e di farla finita di multare persone che vendono la droga ", ha detto Lukuvi. Ha aggiunto che un chilo di cocaina ed eroina sul mercato della Tanzania costano la metà che in Sud Africa e un terzo che negli Stati Uniti. Il ministro ha anche detto che la quantità di cocaina sequestrata è aumentato da 63 kg nel 2010 a 126 nel 2011, con un incremento del 100 per cento, il che dimostra che le agenzie antidroga sono diventati più vigili. I sequestri dello scorso anno dimostrano che il traffico di droga è aumentato anche nel paese, aggiungendo che la quantità di cocaina ed eroina sequestrata nel 2011 è aumentata di dieci volte rispetto agli ultimi 10 anni. "Per esempio, nel  2001, ci fu un totale di 412 sospetti, arrestati con 8 chili di cocaina, rispetto ai 20 sospetti arrestati nel 2011 con 264 chilogrammi di cocaina. " L’unità che dirigo per la lotta contro la droga è come se fosse senza denti, stiamo pensando di avere un organo più potente che ci possa consentire di intensificare la lotta", ha detto Lukuvi, aggiungendo che è difficile vincere la lotta contro l'abuso di droga e il traffico di droga con l'aiuto dell’opinione pubblica.

Un approccio del tutto proibizionista ed autoritario quindi; anche se i numeri del suo paese dovrebbero farlo riflettere, perchè il 51,7 di tossicodipendenti affetti da HIV è una percentuale disastrosa, tipica dei paesi che hanno adottato un approccio poliziesco e giudiziario nei confronti della tossicodipendenza, per una serie di motivi che sono ben espressi nel secondo rapporto della Global Commission. Intitolato appunto, “Come le politiche sulle droghe incrementano la pandemia di HIV e AIDS”; evidenza che salta agli occhi proprio nel continente africano.

Una segnalazione, infine: digitando War on drugs e Africa alla ricerca delle agenzie ho trovato numerose recensioni del libro uscito, anche in Italia, a ottobre, Africa and the war on drugs, di Neil Carriers, antropologo e accademico di studi africani, e Gernot Klantsgnig, dell’ Università di Nottingham per gli studi politici. Il libro affronta il tema di come i terroristi islamici, con interessi nel traffico di cocaina, abbiano preso il sopravvento nord del Mali. Alimentati da narco-dollari, stanno minacciando di produrre ulteriore caos ulteriormente. I due autori, entrambi docenti universitari con una vasta esperienza nella ricerca sul traffico di droga in Africa orientale e occidentale, rispettivamente, discutono una vasta gamma di questioni pertinenti provenienti da diverse parti dell'Africa sub-sahariana in 138 pagine di testo. Un approccio polemico, nei loro intenti. Il suo obiettivo dichiarato è la guerra alla droga, che ha avuto inizio quando il presidente Richard Nixon ha dichiarato "guerra totale" in America "al nemico pubblico numero uno", nel 1972. La guerra alla droga condotta dai successivi governi degli Stati Uniti, per 40 anni, non è riuscita a eliminare il consumo di droga negli Stati Uniti. Distruggere la produzione di droga in una zona spinge semplicemente il prezzo delle droghe sui mercati del consumo, creando così maggiori profitti per i rivenditori. L'interruzione di un percorso di alimentazione induce gli operatori a trovarne una nuova. Producendo l’effetto, forse il più dannoso, di spingere le élites al potere in alcuni Stati a sviluppare stretti legami con criminali; attraverso la guerra alla droga i trafficanti di droga fanno causa comune con i politici.

 

30/12/12

Notizie dal fronte della war on drugs - Africa - 16 ottobre 2012

Traccia della trasmissione andata in onda su Radio Radicale il 16/10/2012




Prima di passare alle notizie dal fronte della War on drugs dall’ Africa, un continente che è stato negli ultimi anni interessato da un enorme incremento del consumo e del traffico di cocaina, eroina e altre droghe, c’è un aggiornamento da fare, su una notizia che viene dal Brasile e che è rimbalzata anche sulle agenzie italiane, cosa che non sempre succede; alcune notizie, infatti, su questi argomenti, si trovano nelle fonti locali, in lingua, e se ne viene a conoscenza in Italia solo se sono riportate da qualche blogger o da qualche sito dedicato, altre invece rimbalzano nelle agenzie di tutto il mondo e vengono quindi tradotte anche in italiano; questo è un processo di selezione delle notizie che è sia diretto, e deriva da scelte anche semplicemente strategiche commerciali, sia automatico.

La notizia che si è diffusa rapidamente in tutto il mondo è la notizia di una azione di polizia che viene descritta come molto incisiva: “Arrestato “Rodrigao” il capo dello spaccio della zona sud di Rio in Brasile. Irruzione nelle favelas, duro colpo al narcotraffico, 2.000 tra poliziotti e commandos brasiliani hanno fatto irruzione in due agglomerati urbani di Rio de Janeiro controllati dai trafficanti. Gli agenti hanno effettuato controlli a tappeto in vista degli appuntamenti che vedranno Rio al centro dell'attenzione mondiale: i mondiali di calcio 2014 e le Olimpiadi del 2016. La zona è definita crackolandia, da “crack”, un sottoprodotto della lavorazione della cocaina. Con elicotteri, blindati, centinaia di agenti, sono bastati poco più di dieci minuti alle forze dell'ordine per prendere il controllo di due agglomerati di favelas tra le più violente di Rio de Janeiro, Manguinhos e Jacarezinho, nel nord della metropoli carioca, regno dei signori della droga. Un'operazione condotta ieri all'alba - si parla di questo fine settimana - e seguita in serata da un altro duro colpo inferto al narcotraffico con l'arresto di Rodrigo Belo Ferreira, 30 anni, conosciuto come Rodrigao, ritenuto il nuovo capo dello spaccio di droga nella favela di Rocinha. Nella zona sud di Rio poco prima delle 5, agenti e membri delle forze speciali della polizia militare e civile, accompagnati da elicotteri dell'Esercito e da blindati della Marina, hanno occupato, pare senza colpo ferire, in tutto cinque baraccopoli, finora controllate dai narcotrafficanti: oltre a Manguinhos e Jacarezinho, Mandela 1 e 2, e Varginha. Come accaduto in altre operazioni di questo tipo – ci riporta la notizia, che ho trovato sia su La Stampa che sul sito di GR RAI - che sono sempre state annunciate in anticipo, proprio per cercare di evitare confronti a fuoco, i narcos sono fuggiti prima dell'irruzione dei soldati. Per ostacolare il raid, dentro gli strettissimi vicoli delle favelas, i narcotrafficanti avevano innalzato barricate di cemento, che sono però state demolite grazie all'uso di scavatrici meccaniche. Sono stati fermati e condotti alle comunità di recupero oltre 110 tossicodipendenti. Dopo la “pacificazione” dei complessi di Penha e Alemao – a seguito di uno spettacolare blitz, avvenuto nel novembre 2010, che costrinse decine e decine di banditi a una precipitosa fuga, ripresa dalle telecamere di mezzo mondo - Manguinhos e Jacarezinho erano diventate il principale nascondiglio dei trafficanti della regione. In particolare, erano state scelte come nuovo quartier generale dagli appartenenti alla temuta fazione criminale Comando Vermelho, nota per la brutalita' e la spregiudicatezza delle azioni. La zona, infatti, era considerata così pericolosa da essere ribattezzata la “Striscia di Gaza” carioca, per via degli intensi e ripetuti confronti tra poliziotti e banditi. Ora, anche su questo territorio, dove il terrore regnava sovrano, verranno montate le UPP, Unità di Polizia Pacificatrice, ideate come speciali caserme permanenti. Attualmente, a Rio, sono state installate in tutto 28 UPP. L'occupazione delle favelas di Rio da parte di soldati e agenti speciali è iniziata alla fine del 2008 nell'ambito della strategia di sicurezza messa in pratica dal governo locale in vista dei Mondiali del 2014 e delle Olimpiadi del 2016”.

Quindi vediamo come anche in questo caso venga magnificata un’operazione come un grandissimo colpo al narcotraffico, quando in realtà li hanno avvertiti prima, e perlomeno i capi più importanti hanno avuto maniera di scappare, hanno arrestato un capo di medio/basso livello, e con 2000 poliziotti hanno portato 110 tossicodipendenti in comunità di recupero, un risultato davvero limitato, risibile, e tutto questo oltre ad essere costato sicuramente una cifra alta, viene sbandierato in tutto il mondo come un’azione di tutela della sicurezza e di grosso colpo al narcotraffico, mentre appare evidente che tutta questa rilevanza della notizia non esiste; un’operazione di facciata.

Arrivando all’Africa, sempre su La Stampa, domenica, è uscito un articolo dedicato alle infiltrazioni di Al Quaeda in Somalia, con un ritratto dei conflitti che oppongono un esercito più o meno regolare a gruppi armati irregolari, una situazione che è comune in molti paesi africani, e sulle infiltrazioni di Al Qaeda in tali gruppi; si dice, nell’articolo, che i capi pagano gli uomini in cibo, armi e qat, una pianta stupefacente, diffusa localmente. ma non si approfondisce il nesso fra il narcotraffico, come fonte di finanziamento,  e le altre attività. Abbiamo visto invece come seguendo le rotte del narcotraffico ci si imbatte regolarmente nel traffico di armi, di esseri umani clandestini, e nel cosiddetto terrorismo. La commistione tra traffico di coca e gruppi armati latino americani per esempio o fra l’eroina afghana e le vicende politiche internazionali mostrano questa evidenza, come hanno affermato,  tra gli altri,  Karzari, Zardari e Panetta.  Il traffico di droga, armi, esseri umani, e il terrorismo si configura, sociologicamente parlando, come campo di dominio strutturato, organizzato, e con ogni probabilità centralizzato. Ad affermarlo, questa settimana, anche il ministro degli esteri della Mauritania, come riporta il  The North Africa Post del 15 ottobre: “ La Mauritania è sempre più preoccupata per la minaccia terroristica crescente nel Sahel che è diventato un paradiso sicuro per la criminalità organizzata e le reti terroristiche; queste  preoccupazioni sono state recentemente esposte, prima della 67^ sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dal ministro degli Esteri della Mauritania Hamadi, che ha avvertito che la regione del Sahel è diventato "un rifugio sicuro per le reti della criminalità organizzata di tutti i tipi - il traffico di droga, armi, munizioni, compresa la tratta di esseri umani, l'immigrazione clandestina e, in particolare, il terrorismo. "

La decisione di istituire il Centro delle Nazioni Unite per la lotta contro il terrorismo (UNCCT) si è concluso nel 2011 come il risultato di un accordo tra l'Arabia Saudita, che ha impegnato 10 milioni di dollari al progetto, e le Nazioni Unite - un progetto che si spera sia coordinato con le agenzie sui narcotici - e ciò è stato confermato dal presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré, il mediatore principale della crisi.

La principale minaccia terroristica nella regione viene ora da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che ha preso il controllo sul nord del Mali lo scorso marzo, e sugli aeroporti, basi militari, centri di formazione e discariche di armi situate nel territorio, alimentando i timori che il Mali settentrionale possa diventare un nuovo santuario per i jihadisti. Questo gruppo, l’ AQMI, si è diviso internamente e da una di queste scissioni si è fondato il Movimento per l'Unità del Jihad nell'Africa Occidentale, MUJAO, che nei mesi seguenti alla crisi del Mali ha nidificato a Gao, una città situata nella parte orientale del Mali, quella che guarda alla frontiera con il Niger; Gao, dove è stato distrutto il mausoleo di Sheik Al Kebir, è stata soprannominata nel corso degli anni 2000 Cocaineville, e numerosi articoli sono usciti nel corso degli anni descrivendo come si fosse formata una parte della città intorno alle residenze di narcotrafficanti e indotto. Cocaina che arriva sì dalla Costa d’Avorio ma anche dalla Guinea Bissau, altro paese che ha conosciuto una profonda crisi nella quale ha influito il suo ruolo di paese di transito di migliaia di tonnellate di cocaina.

Sempre il North Africa Post ci informa sulla Conferenza che si è tenuta in settembre, una conferenza ministeriale interregionale per l’armonizzazione delle legislazioni di numerosi Stati dell’ Africa dell’ ovest in materia di lotta alla droga, in Senegal. “La conferenza trae la sua importanza dal contesto di insicurezza della regione, dove il traffico di droga serve ad alimentare le attività dei ribelli e di gruppi terroristici di tutti I tipi. Ai partecipanti è stato ben presto chiaro che la formazione specialistica dei giudici, dei procuratori e delle forze dell’ordine è uno dei mezzi indispensabili per lottare al meglio contro questo flagello. Nel caso del Senegal, questo si nota in modo evidente: magistrati senegalesi spesso non hanno una formazione sufficiente quando si tratta di occuparsi di criminalità organizzata transnazionale, come accade sempre nel caso del traffico di droga in quella zona; la tendenza dei magistrati a trattare questo genere di casi sulla base delle regole del diritto comune, troppo limitate nei tempi e nelle procedure, fa sì che i giudici non vadano abbastanza a fondo nelle loro indagini. In genere si limitano alle conclusioni delle inchieste della polizia giudiziaria. E’ apparso quindi evidente che una lotta più efficace contro il traffico di droga attraverso le frontiere debba passare per un coordinamento fra i sistemi giudiziari dei paesi coinvolti. La conferenza così ha previsto che la legislazione senegalese sia resa conforme con quella degli altri paesi vicini. La Conferenza di questa settimana è stato un modo per il Senegal di fare un bilancio, due anni dopo una prima conferenza simile a Dakar, sulla messa in opera di strumenti di lotta contro il traffico di droga. Il Ministero degli interni, tramite il CILD, Comitato Interministeriale per la Lotta alla Droga, propone un programma che comprende un incremento della sorveglianza delle frontiere terrestri, marittime e aeroportuali insieme a Capo Verde, Gambia, Repubblica di Guinea, Guinea Bissau, Mali, Mauritania e Niger”. Altre agenzie ci informano che, sempre in settembre, “il Segretario Generale dell’ONU ha convocato, a New York, una Riunione di alto livello sul Sahel, nel corso della quale gli Stati e le organizzazioni regionali e internazionali hanno sostenuto l’elaborazione di una strategia regionale integrata delle Nazioni Unite per il Sahel ed espresso la loro determinazione ad appoggiare il pieno ristabilirsi dell’ordine costituzionale in Mali, oltre che la sua integrità territoriale. I partecipanti alla Riunione hanno riconosciuto la natura “complessa, multidimensionale e transfrontaliera” delle minacce che deve affrontare la regione del Sahel, cioè la proliferazione del traffico di armi, l’accresciuta presenza di gruppi terroristici, il traffico di esseri umani, il narcotraffico”.

Vediamo dunque come le istituzioni si mobilitino per una strategia comune a distanza di almeno 10 anni dall’inizio dell’invasione, da parte del narcotraffico di cocaina, e dell’incremento, da parte di quello dell’eroina, delle rotte africane; una invasione segnalata fino dai primi anni 2000 dagli osservatori di tutti il mondo, ma che ha atteso di risalire alla cronaca fino al ritrovamento, in Mali, nel 2009, di un Boeing con a bordo 10 tonnellate di cocaina. Da lì avrebbe dovuto risalire il Sahara, diretta in Egitto, nascosta in un convoglio di pick up 4×4, poi verso la Grecia e i Balcani fino a arrivare nel cuore dell’Europa. C' è il fondato sospetto - come disse allora il responsabile Onu per la lotta alla droga, Antonio Maria Costa - che il carico sia stato passato a un gruppo di terroristi di Al Qaeda attivi nel Sahel, una fazione algerina in affari con i contrabbandieri. Gli islamisti forniscono supporto e impongono una tassa di transito: quasi tremila euro per ogni chilogrammo di cocaina. Sempre secondo le fonti delle Nazioni Unite i criminali disporrebbero di una decina di aerei, tra questi alcuni Boeing 727, 707 e DC9. In alternativa usano piccoli jet - i Gulfstream II - e bimotori a elica. Nel luglio del 2008, per esempio, è stato confiscato un Cessna 441 in Sierra Leone: volava con le insegne della Croce Rossa e nel medesimo periodo, in Guinea Bissau, è stato sequestrato un Gulfstream noleggiato - si fa per dire - dal cartello di Sinaloa.

In effetti, osservando le mappe delle rotte del narcotraffico, che siano le mappe istituzionali, delle agenzie dell’ONU, o della DEA, oppure quelle che vengono tracciate da chi se ne occupa ( ho già segnalato come le varie realtà missionarie siano informate e costituiscano fonti autorevoli su questo tema), si vede come esistano punti di ingresso definiti, per l’eroina, dall’Asia verso la Nigeria,  per la cocaina, tra Costa d’Avorio, Benin e  Guinea Bissau, da dove arriverebbe dal Sudamerica a bordo di piccoli e medi carghi sia navali che aerei, ma anche dall’ estremo sud dell’Africa. Risalendo poi il continente, nell’ultimo decennio la scia della rotta dal sud si è tirata dietro una impennata di consumi di cocaina e derivati in tutta l’Africa, favorendo oltre alla corruzione politica e delle forze armate, i guadagni delle criminalità organizzate locali, la violenza sociale e la diffusione di HIV e AIDS. Molte delle rotte convergono su quello che un tempo si chiamava il ventre molle dell’Africa, una zona scarsamente popolata e in gran parte fuori dal controllo degli enti sovranazionali e dal diritto internazionale. Una zona dove si scambiano accordi criminali e scambi illeciti senza alcun controllo se non quello che i vari gruppi esercitano fra di loro. Una revisione delle leggi sulle droghe non sarebbe forse risolutiva, ma, come si può argomentare in piccolo, rispetto alle mafie locali dei vari paesi, obbligherebbe la criminalità organizzata a elaborare nuove strategie e a riconvertire gli  investimenti.

15/12/12

Assemblea del 15 dicembre 2012 / Esito

 
Cariche elette:
 
Segretario - Claudia Sterzi
 
Tesoriere - Vincenzo Vitulli
 
Presidente - Sabrina Gasparrini
 
Presidente Onorario - Mina Welby


MOZIONE GENERALE

 L’assemblea della Associazione radicale antiproibizionisti, considerato lo straordinario movimento di opinione che in tutto il mondo avanza in direzione di un’uscita dalle strategie proibizioniste che tanti danni e sprechi hanno portato, delibera che l’ @.r.a. debba riprendere la sua attività, perché l’Italia non resti  una eccezione oscurantista in tale panorama.

Dà mandato ai suoi organi dirigenti:

di organizzare, per l’inizio della primavera 2013, un incontro con gli altri gruppi antiproibizionisti italiani allo scopo di costituire un comitato referendario per la modifica della legge Fini Giovanardi;

di stringere rapporti e scambi con i gruppi antiproibizionisti europei, e di interessarsi concretamente alla possibilità di creazione di un social cannabis club italiano, sul modello di quelli spagnoli e francesi;

di studiare la possibilità di sottoporre al finanziamento, pubblico o privato, progetti sia sul livello locale che su quello internazionale;

di sviluppare la presenza telematica dell’ Associazione, a scopo di informazione e di coordinamento fra le realtà antiproibizioniste esistenti.

Roma, 15 dicembre 2012

28/11/12

Global Commission / Rapporto 2012 / pag. 9


L’applicazione delle leggi sulle droghe ostacola la terapia antiretrovirale, facilitando così la trasmissione di HIV.
Oltre a incentivare l’uso condiviso di siringhe e altri comportamenti a rischio per l’HIV, gli strumenti punitivi associati all’applicazione delle leggi sulle droghe ostacolano la realizzazione dei test e del trattamento dell’HIV. Ci sono varie modalità attraverso le quali la criminalizzazione dell’uso di droghe può rendere difficile o impedire l’accesso alle terapie essenziali necessarie per i consumatori di droghe infettati con l’HIV. Tali ostacoli al trattamento comprendono lo stigma e la discriminazione all’interno del sistema sanitario, il diniego di ricevere servizi, la violazione della privacy, la imposizione del requisito di essersi disintossicato come condizione per il trattamento e l’uso dei registri che portano fino alla negazione di diritti fondamentali come la custodia dei minori e il lavoro (23). Come risultato, le ricerche hanno dimostrato più volte che fra i consumatori di droghe si trovano tassi molti bassi di terapia antiretrovirale e tassi più alti di morte per AIDS (24).
Le strategie politiche punitive correlate con l’applicazione delle leggi sulle droghe hanno inoltre implicazioni più ampie sulla salute pubblica. In particolare, sappiamo che la terapia antiretrovirale riduce la quantità del virus dell’immunodeficienza umana circolante nel sangue e nei liquidi sessuali, e recenti prove cliniche hanno dimostrato che questo effetto riduce anche i tassi di trasmissione dell’ HIV. Di conseguenza, molti organismi internazionali e programmi nazionali per l’HIV hanno cambiato recentemente il loro approccio considerando come il "trattamento come prevenzione" sia una strategia centrale per l’HIV e l’AIDS (25 - 28).  Questo cambiamento ha importanti implicazioni nella progettazione della risposta mondiale all'HIV e all’ AIDS e sottolinea ulteriormente l'impatto che può avere la sanità pubblica nel garantire l'accesso al trattamento per l'HIV a tutti i segmenti della popolazione, comprese le persone che si iniettano droghe.
Tuttavia, numerosi studi hanno dimostrato che le misure punitive relative all' applicazione delle leggi sulle  droghe e la frequente carcerazione dei consumatori di droghe generano difficoltà di accesso ai test e alle terapie per l’HIV, e contribuiscono all’ interruzione del trattamento per l'HIV già iniziato (29). Ad esempio, un recente studio canadese ha dimostrato che quanto maggiore è il numero di volte che un individuo infettato con HIV è incarcerato, minore è la probabilità che quella persona segua una terapia antiretrovirale (30). Allo stesso modo, uno studio condotto a Baltimora Baltimora su  pazienti affetti da HIV ha fatto emergere che anche brevi periodi di detenzione sono associati con un rischio doppio di condivisione di aghi e un rischio sette volte maggiore di trasmissione (31). Il fatto che le misure repressive associate all'applicazione delle leggi sulla droga spesso interrompano le terapie per l’HIV, facilitando l’instaurarsi di una resistenza ai farmaci e aumentando il rischi di infezione,  deve essere ancora affrontato in modo adeguato nell’ambito delle strategie di prevenzione nazionali e internazionali (27,28). In realtà, il "trattamento come prevenzione" e le nuove strategie di prevenzione, come ad esempio l’ espansione dell'uso della profilassi pre-esposizione con farmaci antiretrovirali, sono raramente presi in considerazione o discussi dalle autorità come risposta contro l'HIV per i consumatori di droghe iniettabili.
 
(Foto: Le medicine per i pazienti sono allineate per la distribuzione nel reparto per l’ HIV e l’AIDS al Yuan Hospital di Pechino, 1 dicembre 2011. Secondo quanto dichiarato dai media statali, che hanno citato funzionari della Sanità, il numero di nuovi casi di HIV e AIDS in  Cina è cresciuto a dismisura, con tassi di infezione in aumento tra gli studenti universitari e gli uomini più anziani. Il Centro cinese per il Controllo e Prevenzione ha pubblicato cifre che mostrano 48.000 nuovi casi in Cina nel 2011, ha detto l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Il governo cinese è stato inizialmente lento nell’ammettere il problema dell'HIV e dell’ AIDS negli anni ‘90. Reuters / David Gray)
 
Riferimenti bibliografici:

23

Wood E, Kerr T, Tyndall MW, Montaner JSG. A review of barriers and facilitators
of HIV treatment among injection drug users. AIDS, 2008; 22(11):
1247-1256.


24

Mathers BM, Degenhardt L, Ali H, et al. HIV prevention, treatment, and
care services for people who inject drugs: a systematic review of global,
regional, and national coverage. Lancet, 2010; 375(9719): 1014-1028.


25

Cohen MS, Chen YQ, McCauley M, et al. Prevention of HIV-1 infection
with early antiretroviral therapy. N Engl J Med, 2011; 365(6): 493-505.


26

Wood E, Kerr T, Marshall BD, et al. Longitudinal community plasma HIV-1
RNA concentrations and incidence of HIV-1 among injecting drug users:
prospective cohort study. BMJ, 2009; 338: b1649.


27

National HIV/AIDS strategy for the United States (2010). http://www.
whitehouse.gov/sites/default/files/uploads/NHAS.pdf.


28

UNAIDS. The treatment 2.0 framework for action: catalysing the next
phase of treatment, care and support. http://www.unaids.org/en/media/
unaids/contentassets/documents/unaidspublication/2011/20110824_
JC2208_outlook_treatment2.0_en.pdf.


29

Small W, Wood E, Betteridge G, Montaner J, Kerr T. The impact of incarceration
upon adherence to HIV treatment among HIV-positive injection
drug users: a qualitative study. AIDS Care, 2009; 21(6): 708-714.


30

Milloy MJ, Kerr T, Buxton J, et al. Dose-response effect of incarceration
events on nonadherence to HIV antiretroviral therapy among injection
drug users. J Infect Dis, 2011; 203(9): 1215-1221.

27/11/12

Notizie dal fronte della war on drugs - Asia - 27/11/2012

Traccia della trasmissione andata in onda su Radio Radicale il 27/11/2012
 
La Prima Guerra dell'Oppio (1839-1842)
 
Tornando in Asia, è uscito il rapporto dell'Ufficio Onu per il controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine, stando a quanto si legge i consumatori di oppiacei in Asia Orientale e nel Pacifico rappresentano oggi circa un quarto di quelli mondiali. Dal sito ADUC, che riporta la notizia: La coltivazione di oppio è raddoppiata negli ultimi sei anni nel Sud-est asiatico a fronte della crescente domanda di eroina in Cina e nel resto della regione, che ha spinto gli agricoltori di Birmania e Laos aumentare il prodotto.  La Cina ha da sola oltre un milione di consumatori di eroina ed è il Paese che consuma più droga nella regione. A fronte dell'aumento dei prezzi, la superficie di terra dedicata alla coltivazione di oppio è così aumentata del 66% nel Laos, toccando i 6.800 ettari, e del 17% in Birmania, che con i suoi 51.000 ettari rappresenta il secondo produttore mondiale di oppio dopo l'Afghanistan.
 "Complessivamente, la coltivazione del papavero di oppio è raddoppiata nella regione dal 2006", si sottolinea nel rapporto, nonostante le autorità locali di Laos, Birmania e Thailandia abbiano riferito della distruzione di quasi 25.000 ettari di coltura avvenuta nel corso del 2012. L'Onu stima in 431 milioni di dollari (circa 330 milioni di euro) il valore dell'oppio prodotto nel 2012 da Laos e Birmania, pari a un terzo in più dell'anno precedente. Ed è aumentato anche il numero delle persone coinvolte nella coltivazione, pari a 38.000 in Laos e 300.000 in Birmania.
Secondo l'Onu, questa situazione mostra che i contadini birmani, concentrati soprattutto nello Stato Shan, nel nord-est, potrebbero abbandonare la coltura dell'oppio se venisse offerta loro un'alternativa.
 "I contadini sono molto vulnerabili alle perdite di reddito dovute all'oppio, specialmente quelli che dipendono da tale fonte di reddito per la propria sicurezza alimentare - si legge nel rapporto - inoltre, la coltivazione dell'oppio è generalmente legata all'assenza di pace e di sicurezza, andando così a indicare la necessità di soluzioni sia politiche che economiche".
 La Birmania ha messo a punto un piano di 15 anni per sradicare l'oppio entro il 2014, ma lo studio Onu, basato su ricerche condotte attraverso il satellite, con elicottero e sul terreno, paiono indicare che l'obiettivo non sarà raggiunto. A settembre, gli Stati Uniti hanno tenuto la Birmania, che ha avviato una serie di riforme politiche dopo decenni di regime militare, nella sua "lista nera" per traffico di droga,
E quanto il problema sia percepito nel Sud est asiatico, e in Cina lo dimostra una notizia che si trova anche sui giornali europei, e quindi, su Vanity Fair: “Festival di Roma, la Cina rompe il tabù: è Drug War (in salsa pulp). Eroina e metamfetamine scorrono a fiumi, ma finora era vietato parlarne. Ci pensa il maestro Jhonnie To con La guerra della droga, in concorso. Un poliziesco con finale a sorpresa che farebbe reinnamorare Tarantino Secondo film a sorpresa al Festival di Roma, arriva al Festival Internazionale del Film 2012 l'hongkonghese Johnnie To, re del noir d'Oriente, con Duzhan (Drug War, La guerra della droga), in concorso .Il tema? La droga scorre a fiumi. Dov'è la novità? Che se ne parla, perché in Cina il problema è ancora un tabù che ha dovuto scavalcare gli ostacoli non semplici della censura - Da noi tutti i film devono passare al vaglio prima e dopo le riprese - racconta il regista 57enne - Le regole non sono chiare, non sai mai come andrà a finire. Così quando hai un dubbio è sempre meglio girare una seconda versione. Alla fine però hanno chiesto pochi tagli. Quali? Per esempio da noi è vietato far vedere un poliziotto che picchia qualcuno - I tossicodipendenti censiti dalla polizia in Cina sono oltre un milione. Le cifre reali molto più alte. Non solo per l'eroina, il Paese è il primo produttore al mondo di metamfetamine ( come Shaboo o Speed). E la guerra alla droga è diventata una delle prime emergenze sociali e di ordine pubblico. Tanto che è prevista la pena di morte per chi produce più di 50 grammi di droga - Nemmeno la pena di morte spaventa davvero chi ha scelto quella strada - conclude Johnnie To - Il potere dei soldi è troppo forte, si è disposti a rischiare la vita propria e degli altri. Quando ero giovane io bisognava darsi da fare per mettere in tavola ogni giorno il cibo. Oggi la vita per i giovani è troppo facile, non hanno sfide da affrontare. E le droghe ti danno l'illusione di essere qualcuno”.
Della cosa parla anche il Messaggero “E’ la prima volta che il maestro originario di Hong Kong monta un set nella Repubblica Popolare. Ed è anche la prima volta che un film cinese affronta il tema della droga con il beneplacito della censura - Abbiamo ricevuto il nulla osta senza difficoltà, malgrado in quel Paese la droga sia un argomento ancora tabù. Eppure il problema del narcotraffico esiste anche in Cina - dice Johnny - Ogni anno, per colpa degli spacciatori, muoiono migliaia di persone, compresi i poliziotti impegnati in prima linea contro la diffusione di stupefacenti. Ho girato Duzhan per mostrare la differenze del sistema penale: a Hong Kong i trafficanti finiscono in galera, in Cina davanti al plotone di esecuzione –“.
Conclude, Vanity Fair: “Un film già visto, discorsi già sentiti? Sì, in Occidente tra gli anni '70 e '80. Ora tocca anche alla Cina affrontare, anche al cinema, uno dei tanti tragici corollari del boom economico e del benessere”.
Quindi se l’ONU riferisce che “, la coltivazione dell'oppio è generalmente legata all'assenza di pace e di sicurezza”, leggiamo qui invece una spiegazione socioeconomica del consumo, come se la crescita del consumo di droghe in Cina fosse solo una conseguenza dello sviluppo economico e non delle trame guidate dagli interessi miliardari delle rete del narcotraffico mondiale.
La volta precedente, seguendo le rotte del narco traffico dall’Afghanistan verso est, abbiamo visto come l’operazione Atlantics, messa in atto dalla Sicurezza del Kazakistan, quella che si vanta di aver stroncato quattro canali internazionali di narcotraffico dal Sudamerica verso l’Asia, abbia visto operazioni che si sono svolte in Cina. Ma se la Cina deve importare la cocaina dal Sudamerica, non ha certo bisogno di importare oppio, visto che ne produce tradizionalmente. E qui dopo la cultura ci vuole anche un po’ di storia, per ricordare che in Cina si è svolto, nella metà dell’ 800, il prologo alla moderna war on drugs; le due guerre dell’oppio che hanno contrapposto l’Impero cinese della dinastia Qing al Regno Unito, guerre che hanno intrecciato protezionismo commerciale e proibizionismo legislativo, e che hanno segnato tutta la successiva storia regionale e mondiale. Portogallo, Spagna e Inghilterra iniziarono ad esportare oppio dalla Cina in Europa fino dal XVI secolo; le politiche protezioniste cinesi, che limitavano fortemente l’importazione con dazi molto esosi, spinsero la produzione e il commercio dell’oppio, con un conseguente e tragico aumento del consumo locale, che indusse il Celeste Imperatore a proibire, nel 1729, vendita e consumo di oppio. La Compagnia delle Indie continuò tuttavia ad aumentare il suo business dell’oppio, e quando gli inglesi conquistarono anche il Bengala acquisirono una posizione di monopolio anche sulla produzione, e penetrando il mercato cinese. Il trattato di Nanchino, che concluse la prima guerra dell’oppio nel 1842, garantiva ai britannici l'apertura di alcuni porti (treaty ports), tra cui Canton e Shanghai, il libero accesso dell'oppio e degli altri loro prodotti nelle province meridionali con basse tariffe doganali e stabiliva la cessione della città di Hong Kong all'impero inglese. Nei treaty ports gli inglesi potevano risiedere e godevano della clausola di extraterritorialità (potevano essere portati in giudizio solo davanti a loro tribunali consolari). Questo trattato dimostra la valenza economica e politica che fino da allora avevano gli accordi sul commercio, o traffico, di droghe.
Quindi, come ci ripete anche Atlas, che riporta il rapporto UNU, i consumatori di oppiacei in Asia orientale e sul versante Pacifico rappresentano oggi un quarto del totale mondiale, da sola, “la Cina registra oltre un milione di eroinomani e consuma i maggiori quantitativi di droga della regione. Il Myanmar ha seguito un piano quindicinale per l’eradicazione dell’oppio entro il 2014, ma l’UNODC, che si serve di immagini satellitari, aeree e indagini sul campo, sostiene che il termine prefissato dovrà necessariamente slittare di alcuni anni”.
Anche se, come diceva la notizia ADUC, “a settembre, gli Stati Uniti hanno tenuto la Birmania, che ha avviato una serie di riforme politiche dopo decenni di regime militare, nella sua "lista nera" per traffico di droga, accusandola di aver "chiaramente fallito" nella lotta al narcotraffico”, a distanza di due mesi il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha iniziato il suo tour di tre giorni in Asia con una visita in Thailandia, dove ha discusso una serie di questioni, compreso il terrorismo, il commercio, e il controllo del traffico di droga con il Primo Ministro Shinawatra. Subito dopo Obama si è recato un Birmania, e la questione viene approfondita sul sito The News International: “Gli Stati Uniti sono per la Thailandia il secondo partner commerciale dopo il Giappone, e gli investimenti americani verso l'interno sono stimati a $ 21 miliardi. L’ altra faccia della questione, per un’ulteriore collaborazione è il traffico di droga”. Entrambi i paesi, dice l’articolo, “hanno collaborato alla guerra del terrore, e la visita di Obama è probabilmente anche lo scopo di aggiungere un contrappeso all'influenza cinese nella regione”. E, a proposito della Birmania, “Obama ha chiarito che vede il Myanmar come un work in progress, più che un lavoro finito. I rapidi cambiamenti degli ultimi due anni hanno ridotto, ma non eliminato i livelli di brutalità utilizzati dal regime che è ancora gestito  dietro le quinte dai militari. Obama ha parlato a Rangoon per 30 minuti, concentrandosi soprattutto sulla sua visione di prosperità e democrazia del Myanmar. I legami tra gli Stati Uniti e gli stati dell'ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico fondata nel 1967) stanno per venire alla ribalta, e la lotta tra l'America e la Cina per influenza regionale può ora essere veramente coesa e positiva”.
Una visione quindi di futuro luminoso per la Birmania qualora accettasse di rafforzare il ruolo degli Stati Uniti nella regione, giocato anche sulle note degli accordi per la guerra alla droga; d’altronde non è che in Cina, e in tutto il sud est asiatico, si abbia la mano leggera con la war on drugs, abbiamo visto come si affronti la cura della tossicodipendenza e la diffusione dell’AIDS senza altro metodo che non i campi di rieducazione e lavoro, i laogai, dove i tossicodipendenti vengono sottoposti a lavori forzati, torture e abusi, e come siano appiicate pene severissime fino alla pena di morte per lo spaccio.
Per completare l’informazione, e per non trascurare altri punti di vista per quanto ideologicamente connotati, voglio riportarvi la non tanto fantasiosa, ma limitata interpretazione, o almeno io la ritengo tale, che la Far News Agency, sedicente agenzia leader indipendente iraniana, fa del ruolo dell’ Intelligence statunitense nella vicenda dell’oppio afgano. Un particolare curioso è che la agenzia iraniana riprende notizie da un sito di Veterani statunitensi, Veterans Today: “ La CIA incrementa il commercio afgano di eroina. La Central Intelligence Agency (CIA) ha rafforzato il commercio dell'eroina in Afghanistan, il numero di tossicodipendenti da eroina negli USA è aumentato del 50 per cento durante la presenza in questo paese degli Stati Uniti , dal 1982 al 1992.  La CIA aveva creato un triangolo d'oro di signori della guerra di eroina nella regione per il commercio e traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti da Afghanistan e Pakistan. Dal 1982 al 92, la stazione della CIA a Islamabad era diventato il più grande centro di narcotraffico di tutto il mondo. Non è un caso che la Golden Crescent (una eroina prodotta nella mezzaluna d’oro) abbia superato ben presto l'eroina del Triangolo d'Oro, proprio mentre la CIA stava lanciando la sua più grande operazione dai tempi del Vietnam. L’ eroina Golden Crescent ha catturato il 60 per cento del mercato statunitense. Dal 1982 al 1992, più o meno il periodo di coinvolgimento degli Stati Uniti in Afghanistan, la dipendenza da eroina negli Stati Uniti è aumentato del 50 per cento. Dal 1982 al 1983, lungo i confini dell'Afghanistan con il Pakistan il raccolto di oppio è  raddoppiato. Nel 1984, il Pakistan esportava il 70 per cento dell'eroina mondiale. Durante l'era dell'ex presidente Zia ul-Haq, il Pakistan è diventato il terzo più grande beneficiario di un aiuto militare degli Stati Uniti nel mondo, dietro solo Israele ed Egitto. La maggior parte di questi aiuti è andata a armare i mujaheddin afghani  Nel mese di settembre 1985, il Pakistan Herald che i camion militari appartenenti alla Cellula logistica nazionale dell'esercito del Pakistan erano utilizzati per il trasporto di armi da Peshawar a Karachi  per conto della CIA, e che erano quelli stessi camion che ritornavano a Karachi protetti dai militari pakistani e riempiti di eroina”.
Le accuse sono molto precise ma non dimostrate, e con questo dalla war on drugs per  oggi è tutto.