16/09/11

Grazie, Serpelloni.



La migliore arma dell’antiproibizionismo italiano si chiama Serpelloni; insieme a Giovanardi, sta dando una immagine molto negativa delle politiche che sostengono e dei metodi che usano. I loro comunicati evidenziano una assoluta discrepanza fra ciò che predicano da un giorno all’altro.
Nel patetico tentativo di difendere l’indifendibile “legge” Fini-Giovanardi stanno portando alla logica attacchi continui, oggi è stata la volta di Serpelloni cimentarsi nella negazione dell’evidenza. La frase, detta, e scritta, da Vasco Rossi, “Chi sostiene il proibizionismo sostiene, di fatto, gli interessi della Mafia e della malavita” è una affermazione forte, tanto più che scaturisce dall’evidenza, quale sta sotto gli occhi di tutti, dal più potente al più povero; scritta dal popolare cantante assume un rilievo mediatico che il DPA non poteva negare. Non è facile riuscire a confutarla, ma, soprattutto, perchè confutarla? Perchè difenderle, queste mafie del mondo, attribuendo le colpe e le responsabilità del loro prosperare proprio alle loro vittime?
Serpelloni distingue tra consumatori di droghe leggere e pesanti, in questo contraddicendosi la prima volta, visto che la Fini Giovanardi ha reintrodotto l’equiparazione tra, per esempio, eroina e cannabis; e attribuisce gradi di responsabilità diverse ai consumatori, a seconda della sostanza che usano. “Chi è dipendente da cocaina o eroina” vive una situazione ben diversa, dice Serpelloni, di chi acquista cannabis “per il proprio piacere personale”; qui si contraddice perchè fino a ieri veniva propagandata la “tossicodipendenza da cannabis”, mentre ora si accenna a una bella diversità tra la dipendenza e la soddisfazione di un proprio piacere personale.
Ma è il consumatore di cannabis, specificamente, che viene additato come primo responsabile della prosperità mafiosa; è lui, “che compra droga dai suoi spacciatori fornendo loro direttamente quel denaro che alimenta proprio le organizzazioni criminali”; è lui che “finanzia le mafie!”; è lui che, acquistando “anche una piccola dose di cannabis e derivati, o di qualsiasi altra droga, per il proprio piacere personale finanzia la violenza e il malaffare delle organizzazioni criminali e del terrorismo”.
Tanto i consumatori di canapa lo sanno, tutto questo, che in gran parte preferirebbero costituirsi in social club, o in produttori registrati, o in coltivatori domestici, legali e tassabili, invece che essere costretti a finanziare il marketing proibizionista; ma Serpelloni ha già pronta la replica per i fautori dell’ autocoltivazione, che pure toglierebbe una parte di guadagni al narcotraffico, libererebbe ingenti risorse impegnate nella repressione poliziesca, giudiziaria e carceraria (coltivare anche una sola pianta di canapa è reato penale, pur essendo il consumo personale un reato “solo” amministrativo, da referendum radicale del 1993), oltre a permettere un regolare controllo e conteggio sul prodotto venduto.
La replica è una domanda, che è un invito a correre: “La cannabis è una sostanza sicuramente tossica (o vogliamo discutere anche su questa evidenza scientifica?)”
Sì, Dottor Serpelloni, ne vogliamo discutere; la dose letale della cannabis è da 20000 a 40000 volte la dose normale, mentre per il caffé la dose letale è tra le 100 e le 150 volte la dose normale, per esempio, e il Valium ha una dose letale pari a 7 volte la dose normale. Discutiamone, allora.
E discutiamo anche di questa altra ridicola affermazione: “La legalizzazione porterebbe solo ad un aumento dei consumi cosi come ampiamente dimostrato per l’alcol e il tabacco”. No, Dottor Serpelloni, l’ esperimento americano sull’alcol di ottanta anni fa è una classica dimostrazione dell’opposto, e l’impennata sui consumi di alcol da parte dei giovani deriva esattamente dalla mancanza di informazione corretta e dai vari lacci che sono stati messi al commercio peraltro legale degli alcolici. Dovunque, nella geografia e nella storia, una sostanza sia stata sottoposta a proibizionI, questo ne ha aumentato la domanda e i prezzi.
Grazie, DPA! Con tali penose menzogne siete la miglior dimostrazione della pochezza delle vostre politiche.

Patetica difesa dell’ indifendibile da parte del Dipartimento Politiche Antidroga

E dove Giovanardi e Serpelloni non arrivano, giunge in soccorso la professoressa ELISABETTA BERTOL. Vasco Rossi, insieme ad un movimento popolare crescente, rischiano di stravolgere tutti i fondamenti delle politiche del DPA negli ultimi anni; la Signora Tossicologa non trova di meglio che vecchi libri, correlazioni che non reggono (visto che i test rilevano l’uso anche di settimane prima, l’unica cosa dimostrata è che una certa percentuale di persone ha fatto uso di cannabis precedentemente e indipendentemente, fino a prova contraria, da incidenti di vario tipo), e ancora di nuovo il vecchio argomento-bidone, “che oltre il 95 % dei td da eroina o cocaina in trattamento hanno iniziato il loro percorso di malattia proprio con la Cannabis” … argomenti inesistenti, non scientifici, di comprovata falsità.
Sui fantomatici ed isolati studi attestanti la pericolosità neurologica o psicologica, appare ovvio che se si prende a campione una popolazione adolescenziale che fa un uso problematico di cannabis (associata ad altre sostanze e in dose massiccia) si trovano alterazioni; peccato però per gli esperti del DPA, e per noi cittadini, che proprio quegli usi problematici siano in netto calo ovunque si sia riusciti a sperimentare, in barba a loro, politiche di decriminalizzazione e legalizzazione.
Serve la contestazione dell’argomento “cannabis porta di ingresso per droghe pesanti”?
1 – la correlazione non dimostra il contrario (cioè il fatto che il 95% dei td abbiano fatto uso di cannabis non dimostra che dalla cannabis si passi alle droghe pesanti)
2 – la correlazione sta nei due mercati che sono mantenuti contigui dal proibizionismo e dalle leggi che non distinguono tra droghe e cannabis
3 – la correlazione si può trovare anche con le sigarette (il 95% e più dei td ha fatto uso precedentemente alla tossicodipendenza, di sigarette e/o alcool e/o caffé ecc., fino a risalire alla cioccolata e all’estaté).
Con tutti i milioni di parole inutili che vengono pubblicati ogni giorno, l’ultima cosa di cui dolersi è se un cantante famoso, come Vasco Rossi, decide autonomamente di rivelarsi ai suoi fans in una serie di post e di clippini su facebook; se proprio non lo si sopporta, basterà non leggerlo.
Ma poteva il DPA sfuggire questa occasione per dimostrare la sua abissale distanza dal mondo reale? No, ovviamente.
Quindi si è lanciato in una campagna di discredito dalla quale non può uscire che perdente; e tanto si deve essere innervosito che ha usato argomenti più miseri del solito; anche perchè non ne ha altri.
Serpelloni si è improvvisato veggente, leggendo negli occhi di Vasco “la profonda sofferenza e la grave difficoltà che fortemente trasparivano dallo sguardo e dai confusi ragionamenti”; visto che la lettura dello sguardo non è una scienza ufficiale potremmo anche noi tutti scrivere ciò che leggiamo negli occhi di Serpelloni e Giovanardi, ma vorremmo ancora restare a piede libero, e non lo scriviamo.
Giovanardi non ha trovato di meglio che ripetere l’assioma logicamente errato che striscia sotto ogni sua dichiarazione “questo flagello, che sicuramente aumenterebbe a dismisura se, come Rossi in maniera sprovveduta suggerisce, si passasse alla legalizzazione dell’uso delle sostanze”. Ora, si dà il caso che “il flagello” sta aumentando a dismisura da 50 anni, cioè proprio da quando la Convenzione Unica sui Narcotici ha dato il via a tutte quelle folli strategie proibizioniste che dopo aver invaso le città di tossicodipendenti hanno insanguinato mezzo mondo, arricchendo e finanziando la criminalità organizzata, come già era stato evidentemente dimostrato dall’esperimento americano del proibizionismo sull’alcool. Si dà il caso che, laddove si è riusciti a tentare sperimentazioni di parziale legalizzazione e decriminalizzazione siano diminuiti tossicodipendenze e uso problematico, si dà il caso che anche agli occhi di un bambino di diciotto mesi appare ovvio che ciò che è proibito piace di più, e che solo lo spietato marketing, perchè di questo si tratta, della criminale collusione tra politica e mafie poteva riuscire, ed è riuscito, a invadere il mondo di tossicodipendenti e consumatori problematici.
Ora l’arrampicamento sugli specchi della Signora Tossicologa evidenzia la povertà assoluta di logica e di forza degli argomenti; hanno, dalla loro parte, solo tanta arroganza.
E’ una vergogna, fra le tante, tutta italiana, avere simili personaggi addetti alle politiche sulle droghe, dei quali non si può sapere se è più l’ignoranza o la malafede.

Claudia Sterzi

07/08/11

Agli amici e compagni antiproibizionisti - leggete, aderite e diffondete, grazie


Il 14 agosto un giorno di sciopero totale della fame e della sete, per la convocazione straordinaria del Parlamento su Giustizia e Carceri

Come antiproibizionista radicale, sono dal 31 luglio impegnata in una iniziativa nonviolenta di sciopero della fame con l'obiettivo di portare fuori dal carcere consumatori, piccoli spacciatori, tossicodipendenti e coltivatori, rivolta ai due firmatari della cosiddetta legge Fini-Giovanardi, il Presidente della Camera Gianfranco Fini, quindi, e il sottosegretario con delega alle politiche sulle droghe, Carlo Giovanardi.
Di fronte al richiamo che da tante autorevoli voci è venuto, dalla Global Commission fino alle più recenti, espresse in Italia dal Presidente Napolitano, in favore di una decriminalizzazione progressiva dei reati "di droga", è necessario dare loro forza, con iniziative di lotta nonviolenta.

Vi invito ad aderire a questa giornata di iniziativa nonviolenta, tesa ad una convocazione delle Camere straordinaria, che affronti i problemi legati alla giustizia, alle condizioni carcerarie e alla depenalizzazione e depenitenziarizzazione dei reati senza vittima.

Ce la faremo, con la partecipazione di tutti
Claudia Sterzi

05/08/11

Francia, Svizzera, Georgia: si discute su strategie alternative sulle droghe. Italia non pervenuta.

Il 29 luglio il DPA, nel dare notizia della firma, a Palazzo Chigi, lo scorso 25 luglio, di un secondo protocollo di ricerca scientifica tra il DPA e il National Institute on Drug Abuse (NIDA), "che favorirà lo svolgimento di ricerche reciprocamente vantaggiose per migliorare la diagnosi, il trattamento dell’uso di droga e la dipendenza", protocollo che segue l' Accordo di collaborazione scientifica firmato l' 11 luglio a Washington, aveva colto l’occasione per augurare, a tutti i lettori della newsletter di Droga News, e a tutto lo staff del DPA, buone vacanze.

"La pausa estiva inizia dunque con la costruzione dei presupposti per l’avvio, al rientro dalle vacanze, di una strategia globale, internazionale e, quindi, speriamo sempre più efficace di lotta e prevenzione della diffusione delle droghe e delle tossicodipendenze".

Invece, a seguito di una temuta (dal DPA), flebile ripresa di dibattito in Italia, sollevato dal Rapporto della Commissione Globale per le politiche sulle droghe, ecco che ad agosto iniziato, Giovanardi si produce ne Il cavaliere della guerra perduta. "La lotta alla droga e alle tossicodipendenze non ha nazionalità e non conosce confini", aveva già annunciato il sottogretario, dimenticando che la guerra alla droga, in più di 40 anni, non è stata utile neanche a diminuire il consumo, rivelandosi invece capace di aumentare vertiginosamente gli usi problematici, le tossicodipendenze, i guadagni della criminalità organizzata, la corruzione politica e delle forze dell'ordine, gli investimenti sperperati in azioni di polizia inutili, il danno sanitario e sociale prodotto.

Per dimostrare che il documento della Global Commission è irrilevante, e non vale la pena neanche di discuterlo, Giovanardi si attacca ad argomentazioni piuttosto deboli e speciose; nega valore al rapporto, lo denigra senza entrare nel merito, e afferma pure che "i dati presentati da questa commissione a sostegno delle tesi di legalizzazione delle droghe sono stati fortemente contestati perchè non corrispondenti al vero".

Si vorrebbe sapere dal DPA quali dati sono stati contestati, e da chi, visto che il rapporto si basa su dati di fonte ONU e su una bibliografia di studi accreditati e istituzionali; sui dati, poi, il DPA italiano ha dimostrato di non essere in grado di dare lezioni a nessuno. Sono mesi che non perde occasione di citare a suo sostegno un unico studio americano, facilmente contestabile, che dimostrerebbe come "far calare la disapprovazione sociale e la percezione del rischio ... rende più socialmente accettabile l'uso di cannabis e fa aumentare il consumo proprio nelle giovani generazioni incrementando l'incidenza di disturbi psichiatrici precoci".

Questa dei disturbi psichici è una fissa di Giovanardi, una ossessione; se ne avvale anche per parlare male dei farmaci cannabinoidi, "farmaci che sono comunque di seconda scelta rispetto ad altri più efficaci e sicuri, vista l'alta percentuale di disturbi psichici associati documentata"; sui farmaci prescritti per le stesse malattie per le quali in molte parti del mondo si prescrivono cannabinoidi, e sui loro effetti collaterali, basta far parlare l'evidenza delle testimonianze dei malati.

Dopo aver profuso questa serie di baggianate oscurantiste, conclude il Giovanardi: "Forse è proprio arrivata l'ora di piantarla di scrivere imprecisioni e notizie contorte e confuse, avendo ben chiaro che chi lo fa si assume la responsabilità scientificamente provata di far aumentare il numero dei consumatori”. Cioè, secondo lui, aprire un dibattito pubblico sulla base di evidenze, nel tentativo di limitare i guasti sanitari e sociali del proibizionismo, fa aumentare il numero dei consumatori; è evidente che è il contrario, tanto che in altri paesi il dibattito si è aperto.

Questa settimana sono arrivati in Italia gli echi di alcuni di quei dibattiti, dalla Francia, dove l'economista Pierre Kopp, in una intervista a Le Monde, stima che se la canapa fosse tassata come lo è il tabacco, lo Stato guadagnerebbe più di un miliardo di euro, sufficienti a finanziare la prevenzione. "Per gli economisti - argomenta Kopp - le buone politiche pubbliche sono quelle che minimizzano i costi sociali, cioè quelle che permettono di migliorare il benessere della collettività al minor costo. Quella applicata alla canapa costa cara, con incerti benefici".

Dalla Svizzera François van der Linde, presidente della Commissione federale per le questioni relative alla droga (CFQD) è uscito con una dichiarazione definita dalle agenzie "un fulmine a ciel sereno": "I divieti, nel senso penale del termine, non servono a nulla". La posizione della CFQD non rappresenta una novità: già dal 1989 sostiene l'idea della depenalizzazione; in un rapporto pubblicato a fine maggio da tre commissioni nazionali che si occupano rispettivamente di droga, alcol e tabagismo, gli esperti delle tre commissioni sono unanimi nell'affermare che è indispensabile delineare nuove strategie. Gli autori del rapporto affermano: "In generale il consumo di sostanze legali genera conseguenze ben più gravi sulla salute che non quello di sostanze illegali". Per François van der Linde, va abolita la distinzione tra prodotti legali e illegali. "Nessuno va criminalizzato". Alle sue dichiarazioni sono seguite quelle del senatore liberale radicale Dick Marty, per il quale bisognerebbe legalizzare tutte le droghe, così da rendere più efficace la lotta al narcotraffico internazionale e alla criminalità organizzata. Dick Marty ha richiamato anche l'aspetto economico, notando come lo Stato potrebbe inoltre ricavarne dei benefici e investire i soldi guadagnati nelle politiche di prevenzione.

Dalla Georgia, infine, arriva una proposta condivisa da vari esponenti di alto livello del governo, oltre che dall’ex ministro dell’economia e capo di gabinetto del presidente, oggi alla guida della rete tv Imedi, Georgi Arveladze: la predisposizione di aree in cui il consumo di marijuana agli stranieri sia concesso e non punito. Secondo il quotidiano georgiano Aliya le autorità georgiane pensano di consentire ai turisti stranieri di fumare marijuana in aree dedicate, e presto apriranno locali in cui sarà consentito fumare.

Si augura al sottosegretario Giovanardi di tornare dalle vacanze avendo capito che i presupposti di una strategia globale comprendono l'informazione corretta e il dibattito pubblico.

02/08/11

La Guerra alla droga non è stata e non può essere vinta


LA GUERRA ALLA DROGA NON E’ STATA, E NON PUO’, ESSERE VINTA

Giugno 1971: Nixon dichiara ufficialmente "guerra alla droga" e definisce l'abuso di droga come "nemico pubblico numero 1".

Questa vera e propria dichiarazione di guerra ha messo in moto una macchina, prima nazionale, poi mondiale, che ha macinato negli ultimi 40 anni tanti soldi, e tante vite umane, che forse non sarà mai più possibile contarli. Certo Nixon si muoveva all'interno della Convenzione Unica sugli Stupefacenti, fondata nel 1961; oggi, a distanza di 50 anni dalla Convenzione, e a 40 dalla dichiarazione di guerra di Nixon, è possibile tracciare un bilancio di tanti investimenti finanziari e di tanto dolore sociale.

Su questa intenzione di bilancio e di revisione si fonda il lavoro della Global Commission on Drug Policy, una commissione formata, inizialmente, da 19 membri, fra i quali Kofi Annan, Fernando Henrique Cardoso, Javier Solana, Mario Vargas Llosa e altri. La Commissione ha presentato nello scorso giugno un documento dotato di una bibliografia scientifica e di dati di fonte ONU nel tentativo di mettere i potenti del mondo, e l'opinione pubblica, di fronte all'evidenza del fallimento della guerra alla droga: "La guerra alla droga non è stata, e non può, essere vinta".
Per dimostrare tale fallimento la Commissione presenta i dati del consumo di droghe, nel mondo, nei 10 anni dal 1998 al 2008; nell' ultimo decennio l'uso degli oppiacei è cresciuto del 35%, quello di cocaina del 27%, quello di cannabis, dell' 8,5%. "La scala globale dei mercati di droga illegale, ampiamente controllati dal crimine organizzato, è nei fatti cresciuto in modo spettacolare in questo periodo. Mentre non sono disponibili stime esatte del consumo globale nel periodo completo dei 50 anni, una analisi dei soli ultimi dieci anni mostra un esteso mercato crescente e dimostra il fallimento della guerra alla droga".
Dal 1971 ad oggi, investendo nella "war on drugs" si sono eradicati con lanci di pesticidi dal cielo milioni di ettari coltivati, si sono armati eserciti e dipartimenti, si sono effettuati milioni, forse miliardi, di perquisizioni, arresti, processi, esecuzioni; si sono gestiti giri multimiliardari di denaro sporco, collegati ai mercati paralleli di armi ed esseri umani, si sono ingrassate le organizzazioni criminali di tutto il mondo. A fronte di questo massiccio dispiegamento di forze e di risorse, i risultati dimostrano quello che era già evidente, cioè che la proibizione e la persecuzione punitiva di una sostanza, così come di un comportamento, aumenta l'uso e alza i prezzi; in più, con l'uso delle forze dell'ordine e di operazioni di polizia rivolte ai consumatori e ai piccoli spacciatori, cresce l'uso problematico e la tossicodipendenza.
La Commissione non propone affatto di dismettere la lotta ai narcotrafficanti; suggerisce anzi che le operazioni di polizia si concentrino, con maggiore efficacia, sui responsabili e sui capi delle organizzazioni, su tutte quelle collusioni tra narcotrafficanti, politici, eserciti, forze dell'ordine, che affogano le democrazie nella corruzione come ben è reso evidente dai tristi casi di Messico ed Afganistan, invece di accanirsi sui piccoli spacciatori di strada, che spesso sono o tossicodipendenti o extracomunitari alla fame, o sui poveri contadini andini o asiatici oppressi e intimiditi, o su miliardi di semplici cittadini consumatori che hanno, casomai, bisogno di politiche di sviluppo e non di galera.

Il secondo principio, dei quattro che la Commissione sintetizza, sembra riguardare molto da vicino l' Italia:
2. Le politiche sulle droghe devono basarsi sui principi dei diritti umani e della salute pubblica. Dobbiamo porre un termine alla stigmatizzazione e alla emarginazione delle persone che usano certe droghe e di quelli che restano coinvolti nei livelli più bassi della coltivazione, della produzione e della distribuzione, e trattare le persone tossicodipendenti come pazienti, non come criminali.
Assistiamo invece al fatto che le politiche sulle droghe italiane, quelle che scaturiscono dal DPA dell'attuale governo, non si basano né sui principi del diritto umano né sulla salute pubblica, contravvenendo sia gli uni che gli altri; ogni giorno in Italia, e ogni notte, i diritti delle persone vengono violati in base proprio alla discriminazione verso chi consuma droghe illegali, la salute pubblica viene messa in pericolo da politiche scellerate sulla prevenzione dell'AIDS o sull'accesso ai farmaci.
segue …

Claudia Sterzi

30/07/11

DEPENALIZZARE e INFORMARE - Ora è il tempo di agire.



L' ascolto del recente Convegno, dal titolo "Giustizia! In nome della legge e del popolo sovrano", promosso dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, sotto l'Alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del Senato della Repubblica, ha riacceso le speranze di tante persone e famiglie che vivono, in prima persona o di riflesso, il disagio e la vergogna degli istituti penitenziari italiani.
Sono risuonate di frequente le parole "depenalizzare", "depenitenziarizzazione", accolte come una luce in fondo al tunnel da tutta quella parte di carcerati che sono carcerati per uso personale di droga, piccolo spaccio, tossicodipendenza, coltivazione. Quattro categorie di reati che non prevedono vittime.
L' uso personale è un reato amministrativo, che non dovrebbe comportare detenzione, nella realtà succede che sia la lunghezza delle analisi per stabilire il principio attivo contenuto, in base al quale si determina la differenza fra consumo e spaccio, sia la ottusità da parte del legislatore e delle direttive che arrivano dal DPA, portano in carcere persone, spesso molto giovani, che magari hanno fatto un acquisto un po' più consistente per non dover scendere tutte le sere in piazza, o perchè sono incaricati da un "gruppo di acquisto" di amici, cosa evidentemente ben diversa dallo spaccio.
Il piccolo spacciatore di frequente è un extracomunitario, clandestino e in condizioni economiche disagiate se non disperate, assoldato dalle mafie del narcotraffico per compiere il lavoro sporco e più a rischio; altra frequente eventualità, è un tossicodipendente che vende per guadagnarsi la dose, sfruttato dalle stesse mafie del narcotraffico. Comminare le stesse pene a chi spaccia per sopravvivere e a criminali in malafede, che si arricchiscono sulla pelle degli altri, non è giustizia.
Il tossicodipendente è a tutti gli effetti un malato, e come tale va curato, non certo in galera, ma in strutture apposite, che agiscano con metodi efficaci e che rispondano ai criteri del rispetto dei diritti umani, sottoposte al controllo delle autorità, come lo sono le carceri.
La coltivazione per uso domestico attiene ai costumi privati e il fatto che, a differenza dell'uso personale, abbia rilievo penale, è un assurdo giuridico oltre che per il buonsenso. Sbattere in prigione, come accade, persone che coltivano sul proprio balcone o nel proprio orto alcune piante di canapa non è certamente giustizia.
Gli esperimenti finora condotti in alcuni paesi, di regolamentazione e legalizzazione dei mercati delle droghe illegali, hanno invariabilmente dato come risultato una diminuzione certa del consumo problematico e delle tossicodipendenze, che è l'obiettivo al quale tutti coloro che hanno caro il benessere sanitario e sociale aspirano; queste le conclusioni alle quali il rapporto della Global Commission, un organismo che ha tra i suoi membri Kofi Annan, Fernando Henrique Cardoso, Javier Solana, Mario Vargas Llosa e altri, presentato a giugno, è arrivato, basandosi sullo studio di una ricca bibliografia scientifica e sui dati dell' ONU.
Di fronte al richiamo che da tante autorevoli voci è venuto, dalla Global Commission fino alle più recenti, espresse in Italia nel corso del Convegno, in favore di una decriminalizzazione progressiva dei reati "di droga", è necessario dare loro forza, con iniziative di lotta nonviolenta.
Da parte mia, e nel mio piccolo, inizierò oggi, 31 luglio 2011, una iniziativa nonviolenta di sciopero della fame con l'obiettivo di portare fuori dal carcere consumatori, piccoli spacciatori, tossicodipendenti e coltivatori, rivolta ai due firmatari della cosiddetta legge Fini-Giovanardi, il Presidente della Camera Gianfranco Fini, quindi, e il sottosegretario con delega alle politiche sulle droghe, Carlo Giovanardi.
Claudia Sterzi, Comitato Nazionale di Radicali Italiani

29/07/11

Olanda, Egitto, Messico - singolari circostanze.

Da 10 mesi l'Olanda è governata dai tre partiti olandesi di centrodestra; dopo che le elezioni dell' 8 giugno 2010 lo avevano premiato per un soffio, il leader conservatore liberale Mark Rutte, del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia VVD (31 seggi) e la Democrazia cristiana (CDA) di Jan Peter Balkenende (30 seggi) hanno raggiunto un'intesa con il sostegno esterno del PVV, Partito delle Libertà, partito xenofobo e anti-islamico di Geert Wilders (23 seggi), per la formazione di un governo di minoranza, il primo in Olanda dal 1939.
Il governo di destra aveva fatto una promessa, in campagna elettorale: se vinciamo, chiudiamo i coffeeshops, e su questa promessa ha insistito, durante le elezioni del Senato del maggio 2010, ricavandone una tenuta che non era data per scontata; quindi, subito dopo i risultati elettorali, ha accelerato il percorso verso l'approvazione di una legge che introduca una wietpass, cioè una cannacard, riservata ai residenti. La campagna, prima elettorale, e poi governativa, fa appello alle cittadinanze di provincia, in particolare del sud, ai confini con tutta quella Europa, in gran parte proibizionista, che riversa ogni weekend orde di giovani consumatori di cannabis spinti all'abuso dalle politiche di Giovanardi o dei suoi colleghi francesi o tedeschi. L'ordine pubblico ne risente, e la domanda attira un offerta parallela di mercato illegale di droghe pesanti; come gli svizzeri, gli olandesi dei piccoli paesi di confine sono stanchi di essere invasi, anche se i guadagni che hanno tratto da questa loro tradizionale usanza di fare affari con le droghe e con il proibito sono stati ingenti.
Il 24 giugno Geert Wilders, uno dei fautori di questa svolta proibizionista, è stato assolto nel processo che lo vedeva imputato, con l’accusa di istigazione all’odio razziale, presso il tribunale di Amsterdam. Wilders era stato messo sotto accusa per aver definito l’islam una religione “fascista”, e per aver paragonato il Corano al “Mein Kampf” di Adolf Hitler. "Il multiculturalismo ha fallito", è fra i suoi slogan preferiti, e "un Musulmano moderato non può essere un vero Musulmano".
Sotto il governo attuale si inaspriscono i requisiti per l' immigrazione, i sussidi speciali concessi agli immigrati musulmani saranno interrotti perché, come ha ricordato il ministro Donner, “non è il compito del governo di integrare gli immigrati”. A questo proposito, anche l'Olanda entra a far parte di quel gruppo di paesi che introduce il divieto del burqa per le donne islamiche a partire dal 1 Gennaio 2013. Inoltre le autorità saranno messe in condizione di ritirare con più facilità il permesso di soggiorno a quegli immigrati che avranno dimostrato di aver fallito nel processo di integrazione nella società olandese. Quindi, un ritorno al proibizionismo unito a xenofobia e razzismo integralista.
Anche in tutta altra parte del mondo, a seguito del rapporto della Commissione Globale, si discute delle politiche sulle droghe.
Nel 2010 sono stati stimati in sette milioni i consumatori di hashish in Egitto, paese dove è illegale coltivare, vendere, detenere e consumare; un numero rilevante. Intervistato, Bahaa Zoheir, ufficiale presso l'Amministrazione generale Antinarcotici, sostiene che l'hashish non deve essere, e non sarà mai, legalizzato. Le motivazioni che questo funzionario adduce sono legate ad una visione nazionalista e religiosa:
"Viviamo in una società islamica - sostiene Zoheir - con tradizioni e credenze che devono essere preservate; il ruolo dello Stato è proteggere l'individuo da se stesso". Zoheir definisce il consumo e il mercato delle droghe "altamente antipatriottico, perchè nessuna di queste droghe, ad eccezione del Bango, un tipo di canapa coltivata localmente, è coltivata in Egitto. Se questa roba fosse coltivata in Egitto, allora forse ci potrebbe essere qualche beneficio economico, ma il clima qui non permette la crescita di canapa o oppio di buona qualità". Un professore universitario egiziano, che si presenta sotto pseudonimo, argomenta: "Legalizzare l' hashish o il bango darebbe ai gruppi islamici un motivo per criticare il nuovo governo, dando ai detrattori una ragione per sostenere che il nuovo governo sta cercando di renderli drogati e passivi". Ragioni, quindi, di genere nazionalista, protezionista e di adesione politica a forme di integralismo religioso.
Per finire con le circostanze singolari, che non dimostrano niente, ma messe insieme diventano circostanze plurali, nella settimana passata la parola "templari" è risuonata in due notizie di attualità; da una parte le 1500 pagine della teoria che ha portato Anders Breivik Behring a compiere la sua strage, dove, oltre a teorizzare una nuova crociata, si cita una riunione europea di "Cavalieri Templari", avvenuta in Inghilterra nel 2002, e viene fatto anche il nome di Geert Wilders; dall'altra la notizia che una nuova banda di narcos ha fatto la sua comparsa in Messico. Il gruppo si è battezzato "Templari del Michoacan", uno degli stati più colpiti dal narcotraffico. La polizia ha recuperato "Il codice dei Cavalieri Templari di Michoacan", un codice d’onore dove, fra gli altri, sono compresi i seguenti principi: " ... I Cavalieri templari lanceranno una battaglia ideologica per difendere i valori della società basati sull’etica ... Un templare deve sempre cercare la verità, perché Dio è la verità ... L’ordine promuove il patriottismo ed è l’espressione dell’orgoglio della nostra terra". "Il cartello è nato in marzo ed è coinvolto nel racket delle anfetamine. Che difendono a colpi di mitra".